Le otto montagne di Paolo Cognetti. Bildungsroman dei 4.000 metri Featured

Venerdì, 03 Febbraio 2017 07:13
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La montagna, luogo intimo, personale, lirico, brutale e selvaggio, ma anche luogo fisico e ideale di questa storia, Le otto montagne (Einaudi, 108 pp. 18,50€) del raffinato narratore Paolo Cognetti.

 


LE OTTO MONTAGNE - ESPLORAZIONE DEI LEGAMI MASCHILI


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È con queste parole che Paolo Cognetti stesso, sul suo blog, racconta la genesi di Le otto montagne.

Caso letterario fin dagli esordi e in corso di traduzione in 30 paesi del mondo, il libro è il primo - se si esclude l’autobiografia-diario Il ragazzo selvatico - che l’autore, nato a Milano ma trasferitosi in Valle d’Aosta, dedica alle “sue” montagne.

Ne Le otto montagne seguiamo le vicende del protagonista Pietro da quando è bambino.

I genitori, montanari “costretti” alla città, affittano una casa per le vacanze nel paesino di Grana, e lì lui conosce il coetaneo Bruno, il ragazo servadzo che in montagna ha sempre vissuto e con cui costruisce “l’amicizia di un’unica infinita estate” dove Pietro è quello che va e viene e Bruno quello che resta.

Un romanzo costruito su due legami maschili fortissimi, l’amicizia-fratellanza tra i due e il rapporto di Pietro con il padre, uomo inospitale come i 4.000 metri che ama (per utilizzare la splendida metafora con cui Cognetti categorizza le persone in base all’altitudine che preferiscono) e incapace di vedere i mali di montagna prima - e di vita poi - del figlio.

 

“Mi venne in mente che in qualche modo tortuoso, quella mappa appesa al muro potesse essere un messaggio per me”

 

Eppure sarà proprio l’eredità lasciata dall’uomo quella in grado di ricongiungere il figlio con la montagna - non solo quella di Grana - e soprattutto i suoi passi con quelli di Bruno, ineludibilmente intrecciati come nella carta dei sentieri che Pietro definisce “qualcosa di simile a un romanzo”.

Esiste una cosa chiamata vocazione per la montagna?

E se esiste cosa vuol dire, custodire le macerie o esplorare l’Himalaya, costruire su una cima o vagare per il mondo?

E poi, qual è la forza - e soprattutto il peso - dei legami del sangue?

Quanto possiamo essere diversi dai nostri genitori?

Così come il padre dà a Pietro sempre e solo indizi, e lascia che alla verità ci arrivi lui da solo, così Cognetti non lascia mai risposte certe in un romanzo in cui l’adret, il versante della montagna dove batte il sole, o l’envers - il rovescio, il Nord dove cadono le valanghe - si confondono.

Impossibile stabilire se la formazione, in questo Bildungsroman dei 4.000 metri, sia compiuta o meno, se il protagonista arrivi o meno a una cima.

Anche se la risposta forse ce la suggerisce lo stesso Pietro, quando descrive la sensazione di finire un sentiero: niente entusiasmo, solo il sollievo di aver concluso la salita.

 

“Tutte le montagne si somigliano, eppure non c’era niente, lì, a ricordarmi di me o di qualcuno a cui avevo voluto bene, ed era questo a fare la differenza. Il modo in cui un luogo custodiva la tua storia. Come riuscivi a rileggerlo ogni volta che ci tornavi. Poteva esisterne solo una, di montagna così, nella vita, e in confronto a quella tutte le altre non erano che cime minori, perfino se si trattava dell’Himalaya”

 


LE DONNE DI COGNETTI


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Di figure femminili, in questo romanzo molto maschile, ce ne sono tre, tutte, a loro modo, potenti.

Prima di tutto la madre del protagonista, speculare al padre: tanto lui è solitario quanto lei è socievole, tanto lui è irrequieto quanto lei è calma, tanto lui è silenzioso quanto lei parla, e con l’arma della parola prova a scardinare dal silenzio anche il figlio.

Poi c’è Lara, la donna condivisa - ma non combattuta - dai due amici, e infine la madre dell’amico Bruno, che del silenzio ha invece fatto un’arma di battaglia.

L’abilità di Cognetti nel tratteggiare la figura femminile l’avevamo già ammirata in Sofia veste sempre di nero o di Manuale per ragazze di successo, ma queste sono donne di montagna, e soprattutto donne salvifiche: donne che cercano di “aggiustare” gli uomini, per poi lasciarli alla fine al loro destino sostanziale solitudine, sempre cercata ma mai del tutto pacifica.

Con il suo stile misurato e molti, asciutti e potenti aforismi, Cognetti ha costruito un romanzo di formazione indimenticabile.

Un romanzo che sarebbe ovviamente riduttivo definire “per amanti della montagna”, ma va detto che, dopo l’ultima pagina, la voglia di mettersi gli scarponi ai piedi c’è.

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