Arrival. Quando al gran cinema manca qualcosa per diventare il migliore Featured

Mercoledì, 01 Febbraio 2017 07:51
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Arrival è un buon blockbuster. Denis Villeneuve è un regista da tenere sotto controllo (anche per il prossimo Blade Runner 2049). Ma no, non merita l’Oscar come Miglior film dell’anno.

 

E il perché è molto semplice: il premio viene – o dovrebbe essere – consegnato al miglior film.

 

Per la regia c’è un’altra categoria, per il regista un’altra ancora così come per la sceneggiatura e via dicendo.

E non basta “rinnovare un genere”, anche perché, se mai, Arrival si inserisce in una lunga scia di film (Interstellar, Gravity, The Martian, Passengers) che rinnovano il genere.
Ma andiamo per gradi.


 

LA TRAMA DI ARRIVAL

 


Dodici misteriosi oggetti ovoidali atterranno in dodici diversi punti del nostro pianeta senza attaccare o minacciare nessuno.

Per entrare in contatto con le entità che governano queste specie di maxi uova viene formata una squadra d’élite capitanata dalla linguista Louise Banks (Amy Adams).

Mentre l’incomunicabilità tra i vari capi di stato porta l’umanità sull’orlo di una guerra globale, la Banks dovrà decifrare una grafia molto simile alla macchia che lascia una tazzina di caffè appoggiata su di un foglio e capire da dove viene e soprattutto cosa vuole dall’umanità questa razza aliena, in una corsa contro il tempo fatta di scelte che potrebbero mettere a repentaglio la sua vita e quella dell’intera razza umana.


 

PERCHÉ ARRIVAL POTEVA ESSERE IL MIGLIOR FILM DELL’ANNO E INVECE NO (CON SPOILER)

 


Arrival-sign-scene

La strana grafia degli eptapodi è il cuore del nuovo film di Villeneuve, circolare come il loro modo di percepire la realtà, di pensare e come il loro rapporto con quel tempo che per noi umani è solo lineare.

E siccome per la teoria Sapir-Whorf (di cui ce ne si lava le mani in 40 secondi circa) la lingua che si parla influenza direttamente il modo di pensare, ecco che la dottoressa Baks si rivelerà essere il vero dono (arma, in un primo momento) degli alieni, in grado di causare paradossi temporali già visti, utili a speculazioni filosofiche già sentite in un andirivieni di falshback e flashforward che costellano tutto il racconto.
Villeneuve è bravo e nessuno dice il contrario; azzecca grandi cose, gira bene e sa benissimo come usare le immagini (la grafia circolare di cui sopra).

Peccato però che non si sia limitato a raccontare l’importanza fondamentale del dialogo, del sapersi comprendere e capire, dell’ascolto reciproco, della possibilità di una lingua comune onde evitare fraintendimenti dalle ripercussioni disastrose e abbia virato verso le tendenze più in del momento ponendo l’attenzione su esistenzialismi non necessari e un enorme déjà vu.
Capiamoci: bel cinema.

Gran bel cinema.

Ma se il regista canadese fosse rimasto più vicino alla voglia di stupire degli Incontri ravvicinati di Spielberg e meno agli esistenzialismi di Malick allora sì, Arrival sarebbe stato molto di più di quel che è: un gran film.

Probabilmente, il migliore.

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Last modified on Mercoledì, 01 Febbraio 2017 11:37
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Moreno Scorpioni

Responsabile editoriale sezione Libri 


 Moreno Scorpioni (morens3000 nell’internet) è un social media manager – ma alla mamma dice solo che fa il manager a Milano – che si occupa di editoria, startup, gaming e innovazione. Scrivendo un resoconto sull’anteprima, ha provato sulla sua pelle cosa significa andar contro la fanbase di 50 sfumature di grigio. Il che, gli ha permesso di scrivere un libro: “Questo libro è un coltellino svizzero”.

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