Split: il solito felice matrimonio tra thriller e disturbi mentali Featured

Mercoledì, 11 Gennaio 2017 07:03
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Vi è mai capitato, magari da preadolescenti, di mangiare una pizza con sopra di tutto? Sapeva di patatine, di würstel, salame, funghi e maionese? No, sapeva di tutte queste cose. O di nessuna.

Ma rimaneva comunque una pizza.
Ecco, Split è esattamente questo: non due, non tre, ma ventiquattro personalità in una sola persona.

Sarà più bambino? Più sadico? Magari più femminile? No, sarà tutte queste cose. O nessuna.
Ma rimarrà comunque una persona. 


CHE COS'È SPLIT, IL NUOVO FILM DI M. NIGHT SHYAMALAN


Kevin (James McAvoy) è il povero manovale dello zoo e nasconde un segreto. O almeno ci prova, vivendo nei sotterranei come un topo in gabbia.

Si tiene lontano dal mondo perché è un tipo speciale.

Kevin non è solamente Kevin: è Patricia, Edwig, Barry e altre venti persone, ognuna con caratteristiche fisiche e mentali precise.
Sfortunatamente, una di queste è un maniaco del controllo pedofilo.
Ecco perché rapisce e tiene rinchiuse tre giovani fanciulle in quelle cantine con l'intento di sacrificarle alla ventiquattresima identità: La Bestia (uhhhhh!).
Un uomo affetto da disturbo dissociativo dell'identità può cambiare il proprio corpo adattandolo alla personalità che emerge.

La dottoressa Fletcher (Betty Buckley) cerca di aiutare Kevin a ritrovare la serenità, ma persino lei non sa di cosa sia capace.
Resta tutto nelle mani della piccola Casey (Anya Taylor-Joy),la più sveglia tra le prigioniere adolescenti.
Riuscirà la nostra Casey a...blablabla?
Tanto il resto lo conosciamo già.


SPLIT È IL RISCATTO DI SHYAMALAN?


Split-scene

La nuova opera di M. Night Shyamalan, regista de Il Sesto Senso, The Village e di una manciata di pellicole da Razzie Award, dovrebbe essere il suo riscatto.

E per la roba vista negli anni addietro lo è sicuramente, ma forse non basta.
Gli sia riconosciuto il merito di aver sia scritto, sia diretto un thriller senza farsi fermare da nessuno.

E pure una regia audace che ci mostra di lato, da sotto e di fianco, oltre alle più classiche inquadrature.

A volte azzeccata, a volte no: insomma, se la macchina riprende da uno spiraglio e si avvicina al soggetto, mi aspetto che sia un occhio umano a sbirciare per poi avvicinarsi, creando così della suspance. Ma se c'è solo la telecamera, capisco che si tratta di una telecamera, che tutto è finto e ciao ciao immedesimazione, ciao ciao suspance.
Questo era il gergo tecnico, quello più alla mano è: c'hai provato, hai fatto delle mezze cacate, e non ci sei riuscito.
La storia fila, il punto di vista tutto del personaggio principale (o quasi) aggiunge spruzzi di paura, il finale è un piccolo colpo di scena, ma tutto qui.
Da quando ti accomodi e per la restante ora abbondante sai già perfettamente cosa succederà.

La nota veramente positiva è tutta per James McAvoy, capace di giocare con molte personalità senza perdere di vista quella principale.

Che varia di momento in momento.
Esagerazioni richieste dal personaggio, minuzie e cambi repentini sono il cocktail che James offre allo spettatore, con la perfetta consapevolezza di avergliene offerto uno dei migliori.

Split è quel classico film perfetto per quando accompagnate i rispettivi partner al centro commerciale e volete defilarvi, evitando così l'ennesima attesa ai camerini.

Un semplice, sano, becero intrattenimento che vale per quello che è.
Una storia che gira su un hard disk e diventa luminosa.
Come ce ne sono tante.

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Last modified on Martedì, 10 Gennaio 2017 22:06
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Andrea Strafile

Mentre il Silenzio degli Innocenti vinceva agli Oscar come miglior film, dall'altra parte della Terra una donna dava alla luce il suo primogenito maschio. Cadeva di un lunedì milanese piovoso il giorno in cui sono arrivato. Tre chili e otto. Era nato un bel guaio.



Non che fossi irrequieto, anzi, tanto noioso da mangiare, stare in posa meditativa e dormire.
Fino ai tre anni. Una volta andai in furgoncino con mio zio e ricordo che mi regalò uno dei libri che stava trasportando: uno di quei Piccoli Brividi, che scelsi penso per la copertina.
E così la posa meditativa venne sostituita con la posa da lettura. Non credo di aver capito una sola parola di ciò che era scritto, ma sedevo in un angolo e mi perdevo in quei segni. Da quel momento non ho più smesso di leggere.
La sorpresa più grande arrivò quando iniziai la scuola: capii che le cose che leggevo, quei segni ordinati, potevo farli anch'io. E così iniziai a scrivere.
Ho provato nel corso degli anni a fare altro e mi riusciva anche bene, a volte. Tipo il canto o suonare uno strumento o guardare film. Piano piano certe cose sono scivolate, ma mentre il liceo Classico mi strangolava coi suoi "è intelligente ma non si applica", le cose che non smettevo mai di fare erano scrivere e guardare film.
Appena finito il calvario liceale volai a Roma: volevo toccare questo cinema, palparlo nelle sue vesti di sempre. E dopo aver appreso il doppiaggio e la recitazione, non è stato molto difficile capire che avrei dovuto far coesistere le cose che amavo di più.
Scrivere di cinema.
Scusate, non amo le autobiografie, si tende sempre al divismo ingiustificato.

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