Boston - Caccia all'Uomo: quando si dimenticano ferite ancora fresche Featured

Giovedì, 20 Aprile 2017 07:26
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Siamo stati Charlie, Nizza, Berlino, Orlando e Stoccolma. Ma quanti di voi erano Boston quando tre anni fa due bombe sono esplose nella più antica maratona degli Stati Uniti uccidendo tre persone e ferendone altre duecento?

 

Forse qualcuno.

 

Forse rimangono ricordi.

Le notizie viaggiano supersoniche, non ci danno il tempo di conservare.


BOSTON - CACCIA ALL'UOMO. UNA FERITA ANCORA APERTA


Ci pensano Peter Berg e Mark Whalberg a rinfocolare la scintilla con Boston - Caccia all'Uomo, che racconta quell'attimo e quei giorni in cui la città è stata colpita brutalmente proprio nel pieno della festa.

È il 15 Aprile 2013. Centinaia di maratoneti continuano la loro corsa, mentre alcuni si stanno già riposando.

All'improvviso un botto, poco dopo il secondo: due pentole a pressione esplodono in prossimità del traguardo scagliando per diversi metri chiodi e sfere metalliche.
Due morti, poi un altro.

Duecentosessantaquattro feriti, impossibilitati a scansarsi.
Tra la folla tutte le teste si girano all'unisono verso il rumore assordante, tutte tranne due.

Sono quelle dei fratelli Tsarnaev, giovani estremisti musulmani di origine cecena che le videocamere di sorveglianza vedono decisamente bene.
La fuga di Tamerlan finisce presto, si batte, ma muore.
Quella di Dzhokar (Alex Wolff) no però, è una caccia vera e propria.


UN BUON ESEMPIO DI PATRIOTTISMO


Boston-caccia-uomo-scene

Sulle sue tracce una città intera e una polizia compatta guidata dallo sciancato sergente Tommy Saunders, che assomiglia a un eroe, ma è molto di più.

È uno che fa bene il suo lavoro.

Azione al cardiopalmo, suspance, camere che seguono il tutto dall'interno per amplificare l'esperienza e un montaggio parallelo che mostra tanto l'attentato e la fuga quanto le meticolose indagini.
Gli Stati Uniti avranno anche tanti difetti, ma se vengono colpiti in casa loro, nasce una forza che li lega insieme a contrastare il nemico di turno.

Ecco che allora, proprio nel giorno dei Patrioti (Patriots Day è anche l'azzeccato titolo originale del film), una città intera si schiera con gli eroi e con la polizia.
Tommy Saunders è Mark Whalberg, che già ricordiamo poliziotto a Boston nel capolavoro di Scorsese The Departed e che da Boston viene per davvero.

La sua non è solamente l'interpretazione di un attore capace e credibile, ma il volto e il corpo sono quelli di un uomo che sente nelle ossa quei giorni di paura e li trasferisce nel personaggio.
Lodevole anche Alex Wolff, nei panni dell'attentatore, che gli somiglia in modo spaventoso.
Peter Berg non è nuovo a questo tipo di patriottismo nelle sue pellicole, non manca mai una bandiera americana che sventola fiera nei suoi lavori.

Ma questa volta lo usa in modo equilibrato, un poco smelenso, un poco distaccato. Cinquanta e cinquanta che dà al tutto una coerenza tanto alla narrazione quanto all'azione.
L'americano non aspetta altro che il nuovo film che ritrae un attacco in casa, sia esso fisico (un attentato), sia esso morale (tipo la schiavitù).

Si mette in cerchio con la comunità a piangere e piangendo riflette e riflettendo si unisce, una strana forma di aggregazione tutta Made in Hollywood.
E qui viene accontentato, grazie alle indagini parallele svolte da tutta la città e alla scelta efficace di concentrarsi più sulle vite dei personaggi, delle persone, piuttosto che dei reali motivi che stanno dietro all'attentato.
Ecco, forse tra tutti i film patriottici non sceglierei questo come il migliore, ci pensa il vecchio Clint a farlo in lavori come Sully, i cui personaggi sono molto più profondi; però, insomma, ci sono bombe, un personaggio buono, uno cattivo che scappa, e un ritmo sostenuto da thriller.
E con questi presupposti, io, beh, un biglietto lo comprerei.

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Last modified on Martedì, 18 Aprile 2017 12:44
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Andrea Strafile

Mentre il Silenzio degli Innocenti vinceva agli Oscar come miglior film, dall'altra parte della Terra una donna dava alla luce il suo primogenito maschio. Cadeva di un lunedì milanese piovoso il giorno in cui sono arrivato. Tre chili e otto. Era nato un bel guaio.



Non che fossi irrequieto, anzi, tanto noioso da mangiare, stare in posa meditativa e dormire.
Fino ai tre anni. Una volta andai in furgoncino con mio zio e ricordo che mi regalò uno dei libri che stava trasportando: uno di quei Piccoli Brividi, che scelsi penso per la copertina.
E così la posa meditativa venne sostituita con la posa da lettura. Non credo di aver capito una sola parola di ciò che era scritto, ma sedevo in un angolo e mi perdevo in quei segni. Da quel momento non ho più smesso di leggere.
La sorpresa più grande arrivò quando iniziai la scuola: capii che le cose che leggevo, quei segni ordinati, potevo farli anch'io. E così iniziai a scrivere.
Ho provato nel corso degli anni a fare altro e mi riusciva anche bene, a volte. Tipo il canto o suonare uno strumento o guardare film. Piano piano certe cose sono scivolate, ma mentre il liceo Classico mi strangolava coi suoi "è intelligente ma non si applica", le cose che non smettevo mai di fare erano scrivere e guardare film.
Appena finito il calvario liceale volai a Roma: volevo toccare questo cinema, palparlo nelle sue vesti di sempre. E dopo aver appreso il doppiaggio e la recitazione, non è stato molto difficile capire che avrei dovuto far coesistere le cose che amavo di più.
Scrivere di cinema.
Scusate, non amo le autobiografie, si tende sempre al divismo ingiustificato.

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