Civiltà Perduta: leggenda, verità e mistero alla ricerca di El Dorado Featured

Venerdì, 23 Giugno 2017 09:16
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civiltà perduta film

Quando un uomo curioso varca il confine che si era imposto, non ha altro motivo per vivere che porre un altro limite e spendere il resto della vita a cercare di superarlo. 

E non si dà pace. Perché la meta ha il colore dell’oro.

Civiltà Perduta (The Lost City of Z) è la storia di un uomo che non tenta di sopire i propri istinti ed è pronto a rinunciare a tutto pur di esplorare, di scoprire. Un racconto epico di coraggio, passione e una punta di sconsideratezza che il regista James Gray (I Padroni della Notte; Two Lovers) ha saputo imprimere su pellicola nel giusto modo, un po’ avvincente, un po’ noioso. 


Civiltà Perduta - Trama


Il maggiore Percy Fawcett (Charlie Hunnam) è uno stimato soldato dell’Impero Britannico. Una bella famiglia, grande lealtà verso la Corona e il fucile più preciso delle battute di caccia dell’alta società. 

Tutti lo cercano, tutti lo amano, o quasi: sulla sua testa pesa una macchia antica fatta di torbidi questioni legate agli avi. Il nome della famiglia è compromesso, il maggiore Fawcett deve riscattarlo per la sua scalata sociale. 

L’occasione si presenta nei primi mesi del 1906, quando è chiamato dalla Royal Geographical Society per mappare territori inesplorati in Bolivia e Brasile. 

Nessuna scelta, le forze di un soldato e quelle di un gruppetto di aiutanti, tra cui Henry Costin (Robert Pattinson), soldato intelligente e mezzo matto, contro le insidie terrificanti della Foresta Amazzonica. 

Robert Pattinson civiltà perduta

Tribù cannibali, serpenti, veleni, piranha, tradimenti e una zattera malconcia in un’impresa da cui nessuno era prima tornato vivo. 

Figurarsi tornare vivo con cocci di vaso appartenenti a una civiltà di cui si ignorava l’esistenza, una città mitica persino sulla bocca degli indigeni: El Dorado, la città Z, ultimo baluardo che separa l’Occidente dai selvaggi. 

Fawcett torna da eroe, ma vuole di più, vuole Z con ogni fibra del suo corpo, mentre a casa la moglie forte (Sienna Miller) accudisce i tre figli nella speranza che tutto vada bene.

Un viaggio, due, la Prima Guerra Mondiale e una spinta che non lo abbandona mai, come in gioventù così in vecchiaia, per arrivare a un passo dallo scoprire.


Una storia vera, mitica e controversa 


La storia che vi ho appena raccontato è una storia vera. Una storia controversa e mitica dove la figura di un uomo si è trasformata in quella di un mistero. Veri sono anche i nomi, che James Gray ha tenuto, attingendo ai racconti che ne fa David Grann, che indagò su Fawcett per il New Yorker.

Brama, follia, curiosità, gloria, ascesa sociale e cameratismo sono gli ingredienti alla base di Civiltà Perduta, incapsulati nella figura del maggiore che incarna sia l’epoca vittoriana/edoardiana, sia lo spirito ribelle al suo opposto, contro le chiusure mentali e il bigottismo. 

I personaggi cambiano, crescono, evolvono: Fawcett non è più interessato al benestare della Società Britannica, Costin è sempre meno matto, solo la signora Fawcett rimane in una linea mediana che ne fa un personaggio allo stesso tempo femminile e forte come uno maschile. La parità dei sessi, o quasi, a inizio ‘900 è attuale come non mai. E ci piace assai.

Il film scorre anche se a volte si ferma noioso nelle inquadrature classiche del regista, che sa raccontare una storia e le sue parti nel modo più giusto. È dinamico con una punta di noia, forse un po' lungo, ma insieme interessante. Di certo non è potente, ecco.

Siena Miller civiltà perduta

Ad acuire curiosità ci pensano i protagonisti: Charlie Hunnam, alias Fawcett (Sons Of Anarchy) si cala completamente grazie anche al desiderio di girare in luoghi così lontani e incontaminati; Robert Pattinson è irriconoscibile (ma sta parecchio bene) e si sta scrollando di dosso quella maledizione da vampiro sfoderando una recitazione niente niente male; infine Sienna Miller. Quanto mi piace Sienna Miller. È proprio una donna forte, sa come gestire al meglio il suo personaggio. 

Con un incasso di 8 milioni negli USA in 8 settimane, Civiltà Perduta è il classico film che divide, anche se in questo caso sono difficili gli estremismi: non è uno schifo, ma nemmeno un capolavoro. 

Di certo se amate i film in costume, l’aplomb britannico, scenari mozzafiato e un sano senso di avventura, allora non lasciatevelo scappare. 

Anche perché al cinema ci sono aria condizionata e di buono è rimasto solo Wonder Woman.

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Last modified on Venerdì, 23 Giugno 2017 09:34
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Andrea Strafile

Mentre il Silenzio degli Innocenti vinceva agli Oscar come miglior film, dall'altra parte della Terra una donna dava alla luce il suo primogenito maschio. Cadeva di un lunedì milanese piovoso il giorno in cui sono arrivato. Tre chili e otto. Era nato un bel guaio.



Non che fossi irrequieto, anzi, tanto noioso da mangiare, stare in posa meditativa e dormire.
Fino ai tre anni. Una volta andai in furgoncino con mio zio e ricordo che mi regalò uno dei libri che stava trasportando: uno di quei Piccoli Brividi, che scelsi penso per la copertina.
E così la posa meditativa venne sostituita con la posa da lettura. Non credo di aver capito una sola parola di ciò che era scritto, ma sedevo in un angolo e mi perdevo in quei segni. Da quel momento non ho più smesso di leggere.
La sorpresa più grande arrivò quando iniziai la scuola: capii che le cose che leggevo, quei segni ordinati, potevo farli anch'io. E così iniziai a scrivere.
Ho provato nel corso degli anni a fare altro e mi riusciva anche bene, a volte. Tipo il canto o suonare uno strumento o guardare film. Piano piano certe cose sono scivolate, ma mentre il liceo Classico mi strangolava coi suoi "è intelligente ma non si applica", le cose che non smettevo mai di fare erano scrivere e guardare film.
Appena finito il calvario liceale volai a Roma: volevo toccare questo cinema, palparlo nelle sue vesti di sempre. E dopo aver appreso il doppiaggio e la recitazione, non è stato molto difficile capire che avrei dovuto far coesistere le cose che amavo di più.
Scrivere di cinema.
Scusate, non amo le autobiografie, si tende sempre al divismo ingiustificato.

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