Elle. Il gioco sadomaso che va contro la morale comune Featured

Lunedì, 20 Marzo 2017 07:43
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Elle-Huppert

Ironia, perversioni, risate, angoscia e coraggio. C'è tutto questo in Elle, il nuovo film di Paul Verhoeven tratto dal romanzo di Philippe Djian "Oh..." (edito in Italia da Voland nel 2013), che tutti ricordiamo per Basic Instinct.

 


Elle, forte di una candidatura agli Oscar per la migliore attrice, due Golden Globe tra cui miglior film straniero e il César per miglior film, arriva nelle nostre sale a raccontare una storia tanto assurda quanto reale, che si avvale dell'assenza di morale per riflettere sulla morale.

 


Elle - Il film rifiutato da tutte le attrici di Hollywood


Michèle (Isabelle Huppert) è una donna forte che non sa cosa voglia dire autocommiserarsi.

L'ex marito sposa una ragazzina, come da cliché, il figlio le dà un nipote dal colore diverso e la madre ha deciso di stare con un gigolò.

Tutta superficie, lei va avanti, giorno dopo giorno.
Capo di una grossa azienda che sviluppa videogiochi, Michèle è forte, non si fa intimidire o offendere dai palesi attacchi che riceve a lavoro.
È forte anche quel giorno, quando un uomo dal volto coperto la stupra proprio dentro casa sua, l'espressione non di tragedia, ma di stupore.
E invece di lasciar correre, Michèle si mette sulle tracce del suo aggressore e con lui comincia un gioco pericoloso fatto di messaggi, sadomaso, tragedia e commedia.

Sulle note del romanzo "Oh..." di Philippe Djian (Voland), si dipana una storia che non conosce freni, limiti e inibizioni, dove la personalità della protagonista non ha vie di mezzo, toccando corde puntute e amorali.
Dopo dieci anni dal suo ultimo film, Verhoeven ripropone qualcosa allo stato brado, a raccontare con la macchina una storia apparentemente senza senso.

O perlomeno non un senso che la nostra cultura può accettare.


Elle non è la storia di uno stupro


Elle-scene

Inizialmente proposto a Hollywood, Elle è stato scartato da ogni singola attrice americana.

C'è voluta la grazia e l'assenza di inibizione di Isabelle Huppert per spostare tutto il girato in Francia, che poco si interessa della morale comune per guardare al prodotto artistico in sé.
L'interpretazione della Huppert è magistrale, stupore e alterigia si alternano fluidi in questo gioco perverso dove non importa nemmeno l'aspetto della suspance, visto quanto è scontato riconoscere il colpevole, ma si focalizza su diversi piani di gioco.
Non mancano le risate di fronte a scene demenziali, nere, come la partecipazione a cena di Papa Francesco (wtf?!).
Con maestria il regista narra uno stupro citandolo praticamente solo in entrata, con quella carrellata negli interni della casa dove le urla di piacere si trasformano in urla di dolore man mano che la macchina da presa arriva in camera.
Non è la storia di uno stupro, nossignore, e non è nemmeno l'indagine di una psiche.
Quello cui ci troviamo di fronte con Elle sono più di due ore di emozioni contorte che partono non dal filo conduttore della storia, ma dalle azioni della protagonista, abile ad accompagnare lo spettatore passo dopo passo in qualcosa di torbido e oscuro che ci fa capire come l'uomo abbia acceso la miccia, ma è la donna (lo sono tutte le donne del film) a prendere le redini del gioco per condurlo a modo suo.
In un certo modo Elle è un film profondamente femminista, un femminismo francese in grado di riconoscere la forza della donna persino nell'assoggettamento.
Un piccolo capolavoro che si tinge di nero, rosa e rosso sangue.
Merci, monsieur Verhoeven.

Merci, madame Huppert.

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Last modified on Sabato, 18 Marzo 2017 13:16
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Andrea Strafile

Mentre il Silenzio degli Innocenti vinceva agli Oscar come miglior film, dall'altra parte della Terra una donna dava alla luce il suo primogenito maschio. Cadeva di un lunedì milanese piovoso il giorno in cui sono arrivato. Tre chili e otto. Era nato un bel guaio.



Non che fossi irrequieto, anzi, tanto noioso da mangiare, stare in posa meditativa e dormire.
Fino ai tre anni. Una volta andai in furgoncino con mio zio e ricordo che mi regalò uno dei libri che stava trasportando: uno di quei Piccoli Brividi, che scelsi penso per la copertina.
E così la posa meditativa venne sostituita con la posa da lettura. Non credo di aver capito una sola parola di ciò che era scritto, ma sedevo in un angolo e mi perdevo in quei segni. Da quel momento non ho più smesso di leggere.
La sorpresa più grande arrivò quando iniziai la scuola: capii che le cose che leggevo, quei segni ordinati, potevo farli anch'io. E così iniziai a scrivere.
Ho provato nel corso degli anni a fare altro e mi riusciva anche bene, a volte. Tipo il canto o suonare uno strumento o guardare film. Piano piano certe cose sono scivolate, ma mentre il liceo Classico mi strangolava coi suoi "è intelligente ma non si applica", le cose che non smettevo mai di fare erano scrivere e guardare film.
Appena finito il calvario liceale volai a Roma: volevo toccare questo cinema, palparlo nelle sue vesti di sempre. E dopo aver appreso il doppiaggio e la recitazione, non è stato molto difficile capire che avrei dovuto far coesistere le cose che amavo di più.
Scrivere di cinema.
Scusate, non amo le autobiografie, si tende sempre al divismo ingiustificato.

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