Gold - La Grande Truffa: la storia incredibile di un moderno cercatore d’oro Featured

Mercoledì, 03 Maggio 2017 10:59
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gold la grande truffa matthew mcconaughey film

Cosa succede quando il tuo testo è stipato per sette anni nella cantina delle migliori sceneggiature hollywoodiane?

Che per i prossimi sette anni ci rimuginerai sopra, e più passa il tempo e più quelle parole prenderanno forma, e saranno sempre più mature. Esattamente come il vino.

È ciò che ha fatto Stephen Gaghan, già premio Oscar con Traffic, con Gold - La Grande Truffa, nelle sale italiane dal 4 maggio 2017.

Una storia di lotta, successo e declino racchiusa in una cornice di miniere d’oro e affaristi di Wall Street.


Gold - La Grande Truffa: Trama


Kenny Wells (Matthew McConaughey) in una miniera ci è nato.

Suo padre, e suo nonno prima di lui, hanno letteralmente scavato una montagna del Nevada e infilato le mani nude nella roccia ruvida alla ricerca di metalli preziosi.

Gold FIlm scena

Siamo nei primi anni ’80 e le cose vanno a gonfie vele. Poi il buio. La crisi mette in ginocchio un’intera nazione, senza guardare in faccia nessuno.

Kenny, però, non sa darsi per vinto: gestisce fazzoletti di terra con la sua pancia da birra e i capelli ormai radi dal telefono di un bar sperduto. Lotta, beve e non riesce. Comincia a farsi pena da solo.

Ma i sogni sono sogni, e lui ne ha uno molto lucido. Sbatte in valigia due abiti, prende il primo volo per Giacarta e si presenta al cospetto del famoso geologo Michael Acosta (Edgar Ramirez), alla ricerca del filone d’oro più prolifico degli ultimi anni.

La pista torna calda, i soldi arrivano a palate e si portano dietro una scia di ingenuità, corruzione e mistero che colpiscono Kenny dritto nell’orgoglio.

La ruota gira, il banco vince.


Non è The Wolf of Wall Street


Non provate a immaginare strani lupi che aggrediscono gli azionisti di Wall Street solo perché ci sono di mezzo soldi e Matthew McCounaghey.

Il denaro stavolta centra relativamente: Kenny Wells è una sorta di antieroe romantico a cui gloria e ricchezza interessano fino a un certo punto. È il brivido del cercatore d’oro, quello che solo chi scava e tira fuori dalla madre terra pezzetti di metallo luccicante può poeticamente capire. Certo, lo fa per diventare ricco, ma c’è qualcosa di più, qualcosa di elettrico nella sua scalata al successo.

In un susseguirsi di ups and downs, il film scorre limpido tra ottimi dialoghi e quel certo piacere estetico ipnotico che ti prende vedendo personaggi che intascano e perdono milioni di dollari come fosse la cosa più naturale del mondo.

Film 2017 Gold

Il plauso più grande va naturalmente a Matthew McCounaghey, assolutamente irriconoscibile (molto più che in Dallas Buyers Club) con una pancia da birra enorme, e una chierica che nemmeno il più grande dei collezionisti di francobolli. Con i suoi gesti plateali ormai rodati si fa carico di un protagonista difficile all’inverosimile, dove l’uomo medio si alterna all’uomo d’affari con una facilità e bravura di chi è davvero un grande attore.

A spalleggiarlo la bella Bryce Dallas Howard, nevrotica donna confettosa di Black Mirror e Edgar Ramirez, che si limita a fare le espressioni da Indiana Jones fico e un po' misterioso.

Gold (che in Italia apparirà con l’orrendo titolo superspoiler di La Grande Truffa) fa parte di quelle pellicole semicomplesse che dopo averti preso dall’inizio alla fine ti lascia uscire dalla sala con la voglia di lottare per la gloria. Di quelle che ti mostrano un uomo addormentato ubriaco sul ciglio di una strada capace di svegliarsi il giorno dopo su un mucchio di pepite luccicanti.

Chi ha mai visto un cercatore d’oro fallito e alcolizzato nei gloriosi anni ’80?

Voi, dal 4 maggio al cinema.

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Last modified on Mercoledì, 03 Maggio 2017 11:20
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Andrea Strafile

Mentre il Silenzio degli Innocenti vinceva agli Oscar come miglior film, dall'altra parte della Terra una donna dava alla luce il suo primogenito maschio. Cadeva di un lunedì milanese piovoso il giorno in cui sono arrivato. Tre chili e otto. Era nato un bel guaio.



Non che fossi irrequieto, anzi, tanto noioso da mangiare, stare in posa meditativa e dormire.
Fino ai tre anni. Una volta andai in furgoncino con mio zio e ricordo che mi regalò uno dei libri che stava trasportando: uno di quei Piccoli Brividi, che scelsi penso per la copertina.
E così la posa meditativa venne sostituita con la posa da lettura. Non credo di aver capito una sola parola di ciò che era scritto, ma sedevo in un angolo e mi perdevo in quei segni. Da quel momento non ho più smesso di leggere.
La sorpresa più grande arrivò quando iniziai la scuola: capii che le cose che leggevo, quei segni ordinati, potevo farli anch'io. E così iniziai a scrivere.
Ho provato nel corso degli anni a fare altro e mi riusciva anche bene, a volte. Tipo il canto o suonare uno strumento o guardare film. Piano piano certe cose sono scivolate, ma mentre il liceo Classico mi strangolava coi suoi "è intelligente ma non si applica", le cose che non smettevo mai di fare erano scrivere e guardare film.
Appena finito il calvario liceale volai a Roma: volevo toccare questo cinema, palparlo nelle sue vesti di sempre. E dopo aver appreso il doppiaggio e la recitazione, non è stato molto difficile capire che avrei dovuto far coesistere le cose che amavo di più.
Scrivere di cinema.
Scusate, non amo le autobiografie, si tende sempre al divismo ingiustificato.

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