Le donne e il desiderio: quel cinema d'autore che poco dice e poco si capisce Featured

Lunedì, 24 Aprile 2017 09:14
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Le donne e il desiderio film

Orso d'Argento alla sceneggiatura al Festival di Berlino per il giovane regista polacco Tomasz Wasilewski, che con Le Donne e il Desiderio imbastisce una coperta corta dove trovano spazio in modo pressapochista femminismo, amore, straniamento, libertà e frustrazione.


Le Donne è il desiderio - Trama


Siamo in Polonia, è il 1990. Per la prima volta un presidente viene eletto, dopo anni di soprusi, orrori e comunismo Sovietico. Per la prima volta dopo anni, il paese si accende di una nuova euforia e si accorge dell'incertezza del futuro.

trama il donne e il desiderio

In questa cornice si dipanano le vite di quattro donne che decidono di prendere in mano le redini della propria vita, in modi inaspettati ed erotici. 

Agata (Julia Kijowska) ha un marito ed è madre, ma l'infelicità la spinge nel desiderio di un sacerdote.
Renata (Dorota Kolak) è una vecchia insegnante sul punto di andare in pensione, ma non resiste alla vista delle cosce della vicina di casa, Marzena (Marta Nieradkiewicz), che è stata reginetta di bellezza.
E alla fine c'è l'intrigo più lineare: Iza (Magdalena Cielecka), preside e sorella di Marzena, ha una relazione clandestina con il padre di un'allieva.


Il tipico film d'autore da festival europeo


Le Donne e il Desiderio è uno di quei tipici film d'autore da festival europeo dove si cerca sempre di toccare il lato intellettuale con la parola e la complicità di immagini bellissime, ma vuote.

Film donne e il desiderio

La riflessione sulla sessualità si mescola a quella sulla sacralità con continui rimandi a omelie e rituali per sbocciare al suo apice in questo triangolo amoroso che vede impegnati Agata, il marito e il sacerdote. Non è toccata la sfera politica (peccato), sostituita da una psicologica scaturita dal crollo di quel muro simbolo di castità e privazioni. 

Il regista si serve di una sceneggiatura ben scritta e di una strana fotografia fredda e mortifera, quasi pittorica, dove il contrasto (a volte sgradevolmente finto ed eccessivo) viene accentuato solo su alcuni oggetti dell'inquadratura, per rievocare i suoi ricordi di bimbo. 

Ma non riesce in quello che forse più voleva trasmettere: il femminismo delle protagoniste, il loro carattere misto di morale e libertà viene avvilito da un'eccessivo uso tutto maschile del corpo della donna, dalla sua natura carnale. 

Piani sequenza lunghi in profondità di campo sono il palco quasi teatrale di attrici che recitano e sembrano dileguarsi nel dietro le quinte durante la scena successiva. 

Fanno il loro compito e svaniscono, per poi tornare a raccontare un altro pezzetto. 

Ne viene fuori qualcosa che puzza di autocelebrazione, di ricerca non conclusa coperta con filtri di postproduzione che non si riesce a capire, sfugge come una presa in giro. 

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Andrea Strafile

Mentre il Silenzio degli Innocenti vinceva agli Oscar come miglior film, dall'altra parte della Terra una donna dava alla luce il suo primogenito maschio. Cadeva di un lunedì milanese piovoso il giorno in cui sono arrivato. Tre chili e otto. Era nato un bel guaio.



Non che fossi irrequieto, anzi, tanto noioso da mangiare, stare in posa meditativa e dormire.
Fino ai tre anni. Una volta andai in furgoncino con mio zio e ricordo che mi regalò uno dei libri che stava trasportando: uno di quei Piccoli Brividi, che scelsi penso per la copertina.
E così la posa meditativa venne sostituita con la posa da lettura. Non credo di aver capito una sola parola di ciò che era scritto, ma sedevo in un angolo e mi perdevo in quei segni. Da quel momento non ho più smesso di leggere.
La sorpresa più grande arrivò quando iniziai la scuola: capii che le cose che leggevo, quei segni ordinati, potevo farli anch'io. E così iniziai a scrivere.
Ho provato nel corso degli anni a fare altro e mi riusciva anche bene, a volte. Tipo il canto o suonare uno strumento o guardare film. Piano piano certe cose sono scivolate, ma mentre il liceo Classico mi strangolava coi suoi "è intelligente ma non si applica", le cose che non smettevo mai di fare erano scrivere e guardare film.
Appena finito il calvario liceale volai a Roma: volevo toccare questo cinema, palparlo nelle sue vesti di sempre. E dopo aver appreso il doppiaggio e la recitazione, non è stato molto difficile capire che avrei dovuto far coesistere le cose che amavo di più.
Scrivere di cinema.
Scusate, non amo le autobiografie, si tende sempre al divismo ingiustificato.

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