Ovunque tu sarai: il cinema italiano che fa cascare le braccia Featured

Sabato, 15 Aprile 2017 12:58
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ovunque-tu-sarai-vaffa

Ci eravamo illusi che il cinema italiano stesse cambiando, che avesse finito con lo sfornare film di un'inutilità imbarazzante, e invece no.


Da Lo Chiamavano Jeeg Robot a Francesco Rosi, e persino Re Zalone non sembrava possibile un ritorno a film penosi, e invece no.
Ovunque Tu Sarai di Roberto Capucci è la new entry di una cineteca tremenda dove riposano i vari Giovanni Vernia e gli ultimi di Massimo Boldi.
Non perché sia demenziale eh, anzi c'è pure un sottile moralismo di fondo che lascia pensare (a cosa ancora non lo so, ditemelo se vi viene in mente), solo che è, con tutto il cuore, patetico.

 


Ovunque tu sarai, Roma mia, io ti seguirò


Quattro amici romanisti seguono la loro squadra dovunque.

C'è lo scommettitore professionista, che è un po' il capoccia (Ricky Memphis); il pover uomo mezzo simpatico mezzo cretino che non sa lasciare la moglie rompipalle (Francesco Apolloni); il bambinone trentenne vergine colmo di complessi (Francesco Montanari); e per ultimo il giovane prossimo alle nozze (Primo Reggiani) che si innamora della bella spagnola (Ariadna Romero).
I fantastici quattro de borgata si imbarcano in questa spedizione con meta Madrid per seguire la Maggica in una notte di preghiere e speranze.
All'arrivo niente auto a noleggio, naturalmente, se volete c'è giusto un pulmino Volkswagen mezzo scassato (ma tu guarda un po').
Tra guasti, trans, partite a poker con zingari spagnoli che parlano come a Frosinone, un nano a cazzo e una donna bellissima, i nostri si avviano verso il tempio del pallone lasciando lungo la via dubbi, segreti, litigi e amore.

 


Tutto un po' come viene


ovunque-tu-sarai-scena

Volevo scrivere un articolo divertente, ma non ci riesco.

La rabbia che viene dopo un film orrendo ha lasciato il posto a una tristezza incalcolabile, mi dispiace.

Quello che più manda in bestia è sapere che per girarlo sono stati stanziati soldi del ministero, forse anche per due.

Già, perché il denaro viene dato di default per incentivare il nostro cinema e qualcosa in più viene stanziato per le opere prime di un regista.
Sì signori, soldi anche vostri.

E il problema non sono nemmeno tanto gli attori, in qualche modo il loro mestiere lo sanno fare.
È che tutto, ma proprio tutto, risulta svogliato. Come se fossero andati in vacanza e non a lavorare. E probabilmente è così.
Ogni cosa è detta, come se dovessero ricordarsi a vicenda le loro vite; i costumi fanno così schifo che sembrano i fondi dei cestoni nei negozi vintage (a un certo punto la suola di una scarpa si stacca, fate voi); il montaggio sembra fatto con iMovie con questi ralenti che mostrano i maschi de na vorta camminare spavaldi; e infine il mio preferito: la scena del concerto da oratorio con trenta, dico trenta, spettatori che per quanto ci provino a fare casino, danno l'idea di un concerto all'oratorio.
Se a tutto questo ci mettete Ricky Memphis con un taglio alla Beatles dei primi tempi che impartisce lezioni profonde di vita e di morte potete perfettamente immaginarvi il quadro della situazione.
Un road movie? Sì, ma basta una macchina.

Una commedia? Nessuno ha riso.

Un film d'amore? Forse.
L'unica cosa certa è che non mi metterò a sprecare una parola di più su qualcosa che ti lascia addosso una pena infinita.
Quello che posso dirvi è che ormai siamo in primavera.

Se avete qualche dubbio per la serata e il cartellone davanti al cinema vi sta incuriosendo, tirate dritto.
Passeggiare con un gelato è molto meglio.

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Last modified on Martedì, 18 Aprile 2017 09:58
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Andrea Strafile

Mentre il Silenzio degli Innocenti vinceva agli Oscar come miglior film, dall'altra parte della Terra una donna dava alla luce il suo primogenito maschio. Cadeva di un lunedì milanese piovoso il giorno in cui sono arrivato. Tre chili e otto. Era nato un bel guaio.



Non che fossi irrequieto, anzi, tanto noioso da mangiare, stare in posa meditativa e dormire.
Fino ai tre anni. Una volta andai in furgoncino con mio zio e ricordo che mi regalò uno dei libri che stava trasportando: uno di quei Piccoli Brividi, che scelsi penso per la copertina.
E così la posa meditativa venne sostituita con la posa da lettura. Non credo di aver capito una sola parola di ciò che era scritto, ma sedevo in un angolo e mi perdevo in quei segni. Da quel momento non ho più smesso di leggere.
La sorpresa più grande arrivò quando iniziai la scuola: capii che le cose che leggevo, quei segni ordinati, potevo farli anch'io. E così iniziai a scrivere.
Ho provato nel corso degli anni a fare altro e mi riusciva anche bene, a volte. Tipo il canto o suonare uno strumento o guardare film. Piano piano certe cose sono scivolate, ma mentre il liceo Classico mi strangolava coi suoi "è intelligente ma non si applica", le cose che non smettevo mai di fare erano scrivere e guardare film.
Appena finito il calvario liceale volai a Roma: volevo toccare questo cinema, palparlo nelle sue vesti di sempre. E dopo aver appreso il doppiaggio e la recitazione, non è stato molto difficile capire che avrei dovuto far coesistere le cose che amavo di più.
Scrivere di cinema.
Scusate, non amo le autobiografie, si tende sempre al divismo ingiustificato.

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