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Finzioni 2.0 (11)

LA SCHIUMA DEI GIORNI DI BORIS VIAN - RECENSIONE

La-schiuma-dei-giorni-di-Boris-VianIncontrai Chloé anni fa a Parigi, nel periodo in cui decisi di prolungare il soggiorno che per 9 mesi mi aveva concesso l’università. Non volevo abbandonare la città, decidendomi di spremerla finché potevo, finché il dovere non mi avesse richiamato a casa. La conobbi a una festa nell’appartamento in cui vivevo. Avevo appena finito l’anno accademico e dovevo iniziare a lavorare duro per mantenere il mio capriccio. Uno scambio di battute e un bacio rubato, suo malgrado. Dal suo salotto potevo vedere il Sacro Cuore sorseggiando Borgogna e mangiando le sue tartine. Ci frequentammo per qualche mese.

Quando mi ricordai di desiderare più la mia laurea che la mia nuova carriera da cameriere immigrato, mi licenziai e ripresi a studiare in Italia. Di Parigi mi restò un coito interrotto (quello con la città), che promisi di risolvere appena laureato, e un libro regalatomi da Chloé. Disse che i suoi genitori adoravano quell’opera, e lì dentro si trovava l’origine del suo nome. Era “La schiuma dei giorni” (L’ecume des jours) di Boris Vian, un jazzista patafisico nato negli anni ’20.

Una storia d’amore, mi disse, ma anche il più bel libro che lei avesse mai letto. Conoscevo bene i suoi gusti complessi, tutt’altro che banali, e la sua libreria l’avevo scrutata più volte con ammirazione. Non rimasi deluso.

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racconti-brevi4Di ritorno dalla mia avventura in Himalaya, mi son trovato a parlare con una ragazza olandese che era appena arrivata in città. Aveva letto il libro di Carmelina Certucci e ne era rimasta affascinata. Era l’occasione per scoprire sulla sua pelle le meraviglie descritte dall’autrice. Il libro lo avevo recensito, ma non lo avevo letto; decisi così di accompagnarla. La prima tappa la scelse aprendo una pagina a caso: sarebbe stata una profumeria tradizionale per uomo.

Arrivammo in una via che raramente frequentavo. Cercavo ingenuamente con lo sguardo quello che potesse da me esser percepito come un negozio di tal genere. Nessuna vetrina con prodotti esposti; nessuna insegna colorata che avesse un segno semanticamente maschile. La ragazza invece riconobbe l’insegna e vi si direzionò sicura. Si leggeva in un antico carattere di grandi dimensioni, ormai sbiadito dal tempo, "Radiotecnica".

Entrammo accolti dal tocco furtivo del contrabbasso di Chambers. Alla risposta di Evans e Davis, il proprietario apparve. Rimasi inebriato dal profumo inedito; la mia amica restò a lungo in silenzio contemplando l’osmosi dell’immaginario nel reale. L’uomo in piedi di fronte a noi ci guardò in attesa d’una nostra introduzione, con un’espressione che sembrava dire "So what?".

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racconti-breviAvevo appena finito di leggere il manoscritto di un mio amico. Era il suo debutto come scrittore e prima di consegnarlo alla casa editrice voleva farmelo leggere. Mi chiese un’opinione, e non potei trattenermi dal manifestargli il mio entusiasmo per quella che consideravo la più affascinante raccolta di poesie degli ultimi trent’anni. Le poesie non avevano metrica, ma il suono e il ritmo delle parole accompagnavano armonicamente il significato dei versi. Piansi, risi e riflettei durante la lettura di quella splendida raccolta. I concetti venivano musicati dalle parole che non sempre risultavano chiare, inducendo a fermarsi e rileggere per scovare qualcosa che a una prima lettura veniva solo intuito.

Le varie poesie, settantaquattro per l’esattezza, erano apparentemente indipendenti l’una dall’altra. Con l’avanzare della lettura veniva rivelata invece una complessa rete intertestuale interna, un abile lavoro degno del miglior tessitore. La mia memoria di lettore diventava quindi ostacolo e aiutante nella ricerca di indizi che ri-semantizzavano le singole poesie, e quindi l’intera raccolta, in una continua rigenerazione di senso. Sotto la maschera di una serie di versi liberi si nascondevano i mattoni di una struttura profonda chirurgicamente organizzata che sfuggiva a una lettura distratta, alla quale comunque viene restituita un’opera profonda e ben fatta. Una raccolta del genere non poteva non mettere d’accordo sia la critica che il grande pubblico.

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hopper_hotel_roomStavo per addormentarmi, da poco rientrato a casa dopo un lungo viaggio. Il campanello iniziò a suonare proprio mentre i miei pensieri mi lasciavano e riuscivo a rilassarmi, in bilico tra sonno e veglia. Iniziò quella breve ma lunga fase di conflitto tra il dovere di indagare sull’ospite inatteso e il desiderio di dormire.

Mi alzai per aprire la porta e mi trovai davanti a Iago, che salutai con uno sbadiglio. Mi convinse a uscire dicendomi che aveva appena scoperto una cantina dove un gruppo di musicisti suonava sopra dei letti. Era da poco cominciata la notte, ed era da poco iniziato l’autunno.

Il freddo e l’attesa davanti alla porta della cantina mi addormentarono le dita dei piedi. Non facevano entrare tutti; la cantina era grande poco più di una camera da letto regale. Ci fecero accomodare sopra dei comodini. Il gruppo salì sopra i letti e ci salutò con un “Buonanotte!”.

Il primo pezzo che suonarono fu “The Gumbo Variations” di Zappa, seguito da un loro brano ispirato da un sogno. Scoprii che il sogno era quello raccontato in un libro, Morfeo a metà di Costanzo Marmini. Il cantante mi disse che il libro non si trovava più e che la sua copia gli fu rubata mentre dormiva in treno. Marmini, mi spiegò, è un importante "sognologo" – o forse segnologo, la musica mi impedì di capire bene – che pare abbia scritto di una sua esperienza. Sdraiato su di un cuscino mi fu quindi raccontato il libro.

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libreria antica Mi aggiravo per le calli di Venezia in una sera di novembre di qualche anno fa. Il freddo entrava duro e prepotente nelle ossa, senza chiedere permesso. Le strade e i ponti erano deserti e battuti da uno strano vento umido. Il mio sguardo fu catturato da una tenue luce che usciva lenta e tremolante da una vecchia vetrina. “Libri Antichi”, diceva la scritta. Un po’ dalla curiosità, un po’ spinto dal freddo entrai.

Un campanello vibrò dichiarando il mio ingresso. Nessuno ad accogliermi. Mi schiarii la voce, cercando di attirare l’attenzione, ma niente accadde. L’aria era calda e accogliente e l’odore di carta antica penetrava le mie narici pizzicandole. La polvere era accumulata ovunque. Non una polvere qualunque. Quella polvere in quello specifico luogo pareva avesse un valore inestimabile, come i volumi e i libri che nascondeva. Era questa l’impressione che ebbi. Un luogo sacro quanto stretto. Lo spazio pareva minuscolo, in realtà era piuttosto grande. Erano solo i libri ad occupare ogni buco, così da farla sembrare una celletta di un povero frate.

“Buonasera” proruppe un anziano dalla voce grave e ferma. Era alto almeno una spanna più di me. Si avvicinò con passo fermo. Nonostante fosse molto vecchio era dritto e si muoveva agile in quel suo mondo di carta. Mi sentii un ladro, sebbene non avessi toccato nulla. Un ladro sorpreso sul fatto. Mi guardò sereno e si presentò. Non fui da meno, ma temetti di avvicinarmi a porgergli la mano e mi limitai ad abbassare il capo in cenno di saluto.

Il vecchio protese le labbra verso di me, quasi volesse mandarmi un bacio. Aggrottò le folte sopracciglia e si accarezzò la lunga barba che si aggrappava al mento. “È tutto il giorno che ti attendo”.

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montesquiou-robert_de_-_boldiniCapita a volte che due vite non abbiano apparentemente niente a che vedere l’una con l’altra; poi, a causa di una serie di eventi, succede che si incrocino, significandosi vicendevolmente. Così è stato per Immanuel Berger e Tullio Tanchi, due persone che sarebbero rimaste nell’anonimato se uno solo non fosse esistito.

Il nome di Tanchi l’avevo incrociato a suo tempo all’interno del già citato “Catalogo delle rarità” di Fondini. L’autore del catalogo lo nominava poiché era in possesso d’un rarissimo biglietto da visita di Tanchi, sul cui retro v’era attaccato un suo baffo. Non avevo mai capito chi fosse, fino a quando non incontrai una donna con dei baffi finti all’interno d’un caffè.

Attratto dall’originalità della cosa mi avvicinai e dopo qualche minuto di conversazione mi disse che era un’ammiratrice di Sidereo Consolati, il protagonista della biografia di Immanuel Berger. Mi spiegò che quella che sarebbe dovuta essere una biografia fittizia divenne vera a causa di Tullio Tanchi.

A suo tempo, il libro di Berger vendette pochissime copie, una delle quali finì nelle mani di Tanchi. A questi piacque a tal punto il protagonista che volle identificarvisi facendo del libro un copione della propria vita. La cosa risulta alquanto incredibile una volta lette le gesta di Sidereo Consolati. Un uomo dalla bassa rendita economica ma con un’eleganza senza pari. Mai alla moda, sempre demodé, con uno stile riadattato a misura sua.

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cezanne-uomo con pipaQualche mese fa, durante le mie vacanze, il traghetto che avrebbe dovuto portarmi alla meta ha avuto un guasto durante il tragitto. Per motivi di sicurezza siamo approdati nell’isola di Dornasica, che si trovava nelle vicinanze. Ci avevano annunciato che il guasto sarebbe stato riparato entro le prossime 12 ore e che non vi erano altre alternative per lasciare l’isola. Decisi così di esplorare il porto e il paese limitrofo.

Mi colpì l’assenza di insegne che indirizzassero i turisti verso ristoranti, musei o punti panoramici. Anche il porto era modesto; vi erano solo piccole barche di pescatori, mentre la mia esperienza mi avrebbe suggerito la presenza di motoscafi, catamarani, o altri mezzi legati al piacere marittimo.

Seguendo la strada che dal porto portava al paese, incontrai un uomo che fumava la pipa seduto su una panca. Sembrava mimetizzarsi bene nell’ambiente circostante, e se non fosse stato per la danza sinuosa del fumo della sua pipa non lo si sarebbe notato.

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quarta dimensioneQualche tempo fa in un bar di periferia, fermatomi per sfuggire momentaneamente alla canicola improvvisa, mi trovai ad assistere alla conversazione d’una coppia. La ragazza parlava di un libro che le aveva permesso di conoscere la città da un nuovo punto di vista, scritto da un’autrice di cui non riuscii a memorizzarne il nome.

Il ragazzo, che apparentemente non aveva letto il libro, le poneva un sacco di questioni, alle quali lei rispondeva costantemente che non gli avrebbe svelato niente, almeno fin quando anche lui non lo avesse letto. Indirettamente la cosa mi incuriosì e, ricordandomi il titolo, decisi di ordinarlo. Dopo qualche giorno mi presentai in libreria, dove mi comunicarono che il libro era arrivato, ma in un altro negozio della stessa catena, dall’altra parte della città. Colto dalla frustrazione uscii e camminai sotto i portici per diversi minuti prima di trovare la fermata dell’autobus giusto.

Attesi venti minuti osservando lo splendido giardino che avevo di fronte. Si trovava in un punto che normalmente superavo con fretta senza soffermarmi, fu come averlo visto per la prima volta. Una signora ruppe la mia distrazione avvertendomi che quel giorno v’era lo sciopero dei mezzi pubblici. Non la presi come una brutta notizia, e proseguii a piedi il mio tragitto. Chiesi informazioni sull’itinerario a un ragazzo seduto in una panchina. Il suo gelato emanava un profumo gradevole e a me sconosciuto, così approfittai chiedendogli pure dove lo avesse preso. Trovandosi sulla mia stessa direzione decisi di passare dalla gelateria. Si trovava in un vicolo riparato dalla luce e dal traffico, in una di quelle zone inesplorate dai rumori cittadini. I gusti avevano nomi ripresi da libri e gli ingredienti erano sconosciuti. Chiesi “Il piacere” con “Le diaboliche”, trovandola una buona combinazione.

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