Fine Turno: quando il cerchio che si chiude non ti fa dormire Featured

Martedì, 14 Marzo 2017 07:03
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Quaranta parole al giorno, tutti i giorni.
Se vi siete mai chiesti come si faccia a sfornare una quantità impressionante di romanzi, questa è la risposta che può darvi Stephen King.

Con il suo ultimo Fine Turno (Sperling & Kupfer, pp.475, trad. Giovanni Arduino) si chiude il cerchio aperto tre anni fa con Mr Mercedes e proseguito con Chi Perde Paga.

 


Cerchio destinato a riaprirsi, perché già sappiamo che oltre al lancio inaspettato della serie Castlerock firmata insieme a J.J. Abrams, la trilogia avrà le sue dieci puntate con protagonisti Brendan Gleeson e Harry Treadaway, il Dr. Frankenstein di Penny Dreadful.

 

Inizialmente sarebbe dovuto esserci Anton Yelchin (Alphadog) nei panni dell'assassino in Mercedes, ma l'ironia della sorte ha voluto che morisse inspiegabilmente schiacciato dalla sua stessa auto parcheggiata.
Se avete letto i primi due capitoli, mi capirete, altrimenti leggete qui e fiondatevi a prenderli.


FINE TURNO - KING SA COME FAR TORNARE IL TERRORE, ANCHE DOPO 8 ANNI


Brady Hartsfield è tornato.
Bill Hodges è sempre stato lì, ad aspettarlo.

Otto anni prima Brady ha deciso di lanciare una Mercedes a tutta velocità su una folla che attendeva solo una nuova possibilità dopo la crisi.
Ma non gli è bastato. Ha voluto di più. Ha voluto la gloria.
Sulle sue tracce il vecchio Detective Bill Hodges, in pensione, e con una nuova voglia di riscattarsi, dopo i punzecchiamenti del ragazzino pazzo.
Otto anni sono tanti, il terrore si pensava fosse passato. E invece no. King sa bene come farlo tornare.
Il corpo del ragazzo è stato danneggiato, ma la sua mente sbagliata non è mai scomparsa del tutto.
Morti inspiegabili, collegate a quel massacro, sono spuntate sotto forma di suicidi anni dopo.

A un occhio superficiale nulla fa pensare ad altro. Ma a quello di Hodges e della sua socia Holly Gibney non sfuggono certi particolari.

Suicidi? Ma per favore.
Con una malattia che avanza prendendosi le forze del vecchio detective, e la pista di un videogame troppo datato, la lotta tra bene e male ricomincia.
E stavolta non ci sono di mezzo solo due uomini. C'è qualcosa di più spaventoso. Qualcosa di soprannaturale.

 


FINE TURNO - LA DEGNA FINE DI UNA TRILOGIA FRESCHISSIMA


Non penso ci sia bisogno di dire quanto sia fluida la lettura di Stephen King.

È il seguace di quella narrativa che dice "ehi, o lo spieghi come a un bambino, o non lo spieghi affatto".
Per questo quelle centinaia e centinaia di pagine hanno vita molto breve.
No, la cosa nuova qui è che per la prima volta dopo decenni di carriera si sia cimentato con il poliziesco.

Ha praticamente ripreso il genere poliziesco e l'ha sbattuto con maestria in un mondo moderno, di fatto rivalutandolo.

E naturalmente ha dovuto metterci del suo: per cui ne è venuto fuori, soprattutto in quest'ultimo Fine Turno, un thriller dalle linee tradizionali dove trovano spazio terrore e paranormale.

I personaggi con cui si entra in simpatia e antipatia hanno le loro storie alle spalle, che si sentono, anche se poco nominate.

Pesano e li indirizzano verso la rete di trama intessuta dall'autore.
Con la freschezza di un uomo che non smetterà mai di essere curioso, King scrive il mondo contemporaneo, fatto di Facebook e Ipad (e nemmeno sta lì a inventarsi nomi, dice proprio Ipad e Iphone) e se ne serve come strumento per la nuova tremenda trovata di Brady Hartsfield.

Ma non come critica, piuttosto come strumento per non cadere nella banalità.
Anzi, forse come presagio, dato che inspiegabilmente i suoi libri hanno anticipato diversi eventi catastrofici: negli anni '80, in Un Uomo in Fuga, un aereo si abbatteva sul grattacielo più importante degli Stati Uniti, mentre stavolta un uomo si scaglia su una folla inerme con un veicolo.
Non so a voi, ma io ormai lo uso come Nostradamus.

Fine Turno chiude degnamente una trilogia freschissima e lo fa come solo Stephen King e pochi altri sanno fare: lasciandoti incollato dall'inizio alla fine.

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Andrea Strafile

Mentre il Silenzio degli Innocenti vinceva agli Oscar come miglior film, dall'altra parte della Terra una donna dava alla luce il suo primogenito maschio. Cadeva di un lunedì milanese piovoso il giorno in cui sono arrivato. Tre chili e otto. Era nato un bel guaio.



Non che fossi irrequieto, anzi, tanto noioso da mangiare, stare in posa meditativa e dormire.
Fino ai tre anni. Una volta andai in furgoncino con mio zio e ricordo che mi regalò uno dei libri che stava trasportando: uno di quei Piccoli Brividi, che scelsi penso per la copertina.
E così la posa meditativa venne sostituita con la posa da lettura. Non credo di aver capito una sola parola di ciò che era scritto, ma sedevo in un angolo e mi perdevo in quei segni. Da quel momento non ho più smesso di leggere.
La sorpresa più grande arrivò quando iniziai la scuola: capii che le cose che leggevo, quei segni ordinati, potevo farli anch'io. E così iniziai a scrivere.
Ho provato nel corso degli anni a fare altro e mi riusciva anche bene, a volte. Tipo il canto o suonare uno strumento o guardare film. Piano piano certe cose sono scivolate, ma mentre il liceo Classico mi strangolava coi suoi "è intelligente ma non si applica", le cose che non smettevo mai di fare erano scrivere e guardare film.
Appena finito il calvario liceale volai a Roma: volevo toccare questo cinema, palparlo nelle sue vesti di sempre. E dopo aver appreso il doppiaggio e la recitazione, non è stato molto difficile capire che avrei dovuto far coesistere le cose che amavo di più.
Scrivere di cinema.
Scusate, non amo le autobiografie, si tende sempre al divismo ingiustificato.

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