Il Fiume di Marco Lodoli. Quei viaggi spaventosi che cambiano una vita Featured

Mercoledì, 10 Maggio 2017 08:27
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Con Il Fiume (Einaudi 2016, 101 pp.14,50€), Marco Lodoli vuole raccontare un figlio, un padre, un viaggio e un cambiamento.

E con precisione racconta un figlio, un padre, un viaggio e un cambiamento, fondendone i ruoli.


Spielberg soleva dire che una sceneggiatura funziona quando, a un certo momento, la vita del protagonista muta per sempre. Nel profondo. Come un fiume.

Questo libro è il solo attimo in cui tutto è cambiato

Quello che segue c'entra e non c'entra, serve ad abbellire, a fantasticare.

Quello che conta è lo sradicamento di un uomo che potete essere voi stessi.


DI COSA PARLA IL FIUME DI MARCO LODOLI


Alessandro è un padre divorziato, uno dei tanti.

Si guadagna da vivere con la disperazione del prossimo.

Quando un negoziante non sa più che fare, si rivolge a lui.

Che prontamente organizza svendite, fuori tutto e super sconti ben sapendo che quasi certamente quel povero Cristo non ce la farà.

Ad Alessandro piace la medietas, non si sbilancia, non capisce perché festeggiare dopo una vittoria, le carezze sono solo fugaci, di circostanza.

Sii calmo. Non perdere il controllo. Ti coprirai di ridicolo.

Quella domenica è il suo turno di tenere Damiano, dieci anni.

L'ultimo volée si è stampato sulla linea.

La partita è finita, la giornata è soleggiata.

Sarebbe tempo di messa, ma il sole è troppo buono e il circolo così vicino al fiume.

E poi, la domenica è così noiosa.

La passeggiata prosegue dritta per un po', forse troppo.

La noia nelle gambe del piccolo.

L'illusione del troppo in quelle dell'adulto.

Così Damiano si ferma a guardare un'anatra che galleggia e gli occhi di Alessandro lo guardano attenti.
E in un attimo Damiano non c'è più: davanti a quei occhi il bambino è caduto nelle tenebre del Tevere, dove è impossibile guardare cosa c'è sotto.

Alessandro resta lì, immobile, incredulo e schifato da quell'acqua che chissà cosa contiene.
A salvare il bambino ci pensa uno sconosciuto, che si tuffa e poi si dilegua.
Il tempo che si ferma. 

Il Fiume Citazione

 Quella patina di amore rispettoso si è spezzata. L'unico modo per ricucirla è trovare quell'uomo, a ogni costo.

Per la prima volta Alessandro deve sconfiggere la sua moralità, il suo essere.

Per una volta deve solo mettersi in macchina alla ricerca di uno sconosciuto attraverso un viaggio che si snoda contemporaneamente nel suo ventre e nelle arterie di Roma, tra circensi, pioggia, strani dottori e nobili.

Una notte per riscattare una vita.

A Marco Lodoli piace questa città.

Anzi, ama trovare le sue isole più belle, quei rifugi che si trovano in ogni angolo se sai come cercarli. Insegna ai ragazzi di un liceo di periferia, e mentre gira in motorino, lui guarda.
I personaggi di questo suo ultimo libro sono gli occhi ciechi che si risvegliano, per ammirare un microcosmo felliniano.
La ricerca parte dal fiume ed è lì che deve finire.

Ma nel mezzo nessuno vieta di incontrare persone grottesche, ma che - vi assicuro - sono parte comune di Roma.
I rapporti padre-figlio sono solo il pretesto per ragionare sulla malsana compostezza di Alessandro; non è tanto il riscatto del padre che tenta di trovare chi ha salvato la vita del figlio, quanto la dimostrazione a se stesso di essere umano.

O perlomeno è la ricerca dell'essere umano.
In un libello di un centinaio di pagine, è importante non essere lettori leggeri: la storia è semplice, il viaggio a una seconda analisi complesso.

Un modo per pensare a se stessi, per sfogare la voglia di pietà e per seguire gli angoli nascosti della città eterna.
Signor Lodoli, questo suo libro, questo suo fiume, ha vita.


È breve, ma attento. Scarno, ma preciso.
E sa indagare, nel nero di questa cosa informe che spaventa la città, e nelle viscere dell'anima.

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Last modified on Giovedì, 11 Maggio 2017 08:33
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Andrea Strafile

Mentre il Silenzio degli Innocenti vinceva agli Oscar come miglior film, dall'altra parte della Terra una donna dava alla luce il suo primogenito maschio. Cadeva di un lunedì milanese piovoso il giorno in cui sono arrivato. Tre chili e otto. Era nato un bel guaio.



Non che fossi irrequieto, anzi, tanto noioso da mangiare, stare in posa meditativa e dormire.
Fino ai tre anni. Una volta andai in furgoncino con mio zio e ricordo che mi regalò uno dei libri che stava trasportando: uno di quei Piccoli Brividi, che scelsi penso per la copertina.
E così la posa meditativa venne sostituita con la posa da lettura. Non credo di aver capito una sola parola di ciò che era scritto, ma sedevo in un angolo e mi perdevo in quei segni. Da quel momento non ho più smesso di leggere.
La sorpresa più grande arrivò quando iniziai la scuola: capii che le cose che leggevo, quei segni ordinati, potevo farli anch'io. E così iniziai a scrivere.
Ho provato nel corso degli anni a fare altro e mi riusciva anche bene, a volte. Tipo il canto o suonare uno strumento o guardare film. Piano piano certe cose sono scivolate, ma mentre il liceo Classico mi strangolava coi suoi "è intelligente ma non si applica", le cose che non smettevo mai di fare erano scrivere e guardare film.
Appena finito il calvario liceale volai a Roma: volevo toccare questo cinema, palparlo nelle sue vesti di sempre. E dopo aver appreso il doppiaggio e la recitazione, non è stato molto difficile capire che avrei dovuto far coesistere le cose che amavo di più.
Scrivere di cinema.
Scusate, non amo le autobiografie, si tende sempre al divismo ingiustificato.

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