Lion - La lunga strada per tornare a casa: la credibilità di una storia incredibile Featured

Martedì, 28 Marzo 2017 07:19
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È un libro molto umile quello da cui è stato tratto il film Lion, la strada verso casa (Rizzoli, 221 pp., €18, trad. A. Taroni), candidato a sei premi Oscar tra cui quello per Miglior film.

 

 

È un libro di memorie scritto da Saroo Brierley che racconta l’incredibile storia della sua vita in modo semplice e diretto.

E forse è proprio per questo che gli crediamo dalla prima all’ultima pagina.


Lion - La vera storia di Saroo Brierley


Anni ’80.

Saroo è un bambino di 5 anni che cresce in una poverissima famiglia di un piccolo villaggio dell’India.

Le sue giornate le passa per strada, insieme ai suoi due fratelli maggiori, a giocare, a procurarsi del cibo, a elemosinare qualche soldo.

Un giorno decide di seguire suo fratello Guddu nella stazione più vicina a casa, si sistema su una panchina ad aspettarlo e si addormenta.

Al suo risveglio la stazione è deserta.

Confuso e in cerca del fratello, Saroo sale su un treno vuoto, le porte gli si chiudono dietro e lui scenderà solo molte ore più tardi in quella che è una delle metropoli più popolate e pericolose del mondo: Calcutta.

Solo, spaventato, senza saper leggere, senza sapere dove si trovi e da dove provenga, il bambino sopravvive grazie alla sua intelligenza e ad alcuni colpi di fortuna.

Finisce in orfanotrofio e poco dopo viene adottato da una coppia australiana, i Brierley, che diventerà la sua nuova famiglia.

Una volta adulto, Saroo sente il bisogno di ricostruire quell’evento traumatico che l’ha portato alla sua vita attuale.

Avendo sempre saputo di avere una madre e dei fratelli in India, decide di ripercorrere la strada verso casa.

A ritroso.

 


La lealtà e il modo schietto di narrare di Lion


La sincerità con cui Brierley racconta la sua storia è disarmante, si è totalmente conquistati da quella onestà.

Saroo, da quando, a 5 anni, è approdato alla stazione di Calcutta fino all’età adulta in Australia, non ha mai smesso di cercare la sua famiglia indiana.

Questo però non gli ha mai impedito di sentirsi figlio anche dei suoi genitori adottivi, di essere consapevole di avere due famiglie ma non due identità.
Chi legge ripercorre tutte le tappe del “viaggio” rimanendo inevitabilmente incredulo e un po’ scioccato di fronte all’ineluttabilità dei fatti accaduti: il piccolo protagonista non sapeva leggere, non sapeva il nome preciso del suo villaggio, non sapeva per quanto tempo fosse rimasto intrappolato in quel treno.

Non sarebbe mai riuscito, a quell’età e in un paese come l’India degli anni ‘80, a ritrovare sua madre.

Così accetta di essere adottato, accetta l’amore di un’altra madre.

Una volta adulto riparte dalle pochissime informazioni in suo possesso, da piccoli dettagli e ricordi sfocati, da nomi sbagliati e supposizioni e, aiutando la sua memoria con la tecnologia, inizia una ricerca impossibile: ripercorre, con Google Earth, tutte le linee ferroviarie che si diramano dalla città di Calcutta in direzione di quello che sarebbe dovuto essere il suo villaggio di provenienza.

E trova la stazione dove tutto era cominciato.
La lealtà e il modo schietto di narrare questa assurda vicenda fa sì che il lettore non dimentichi mai, nemmeno per una pagina, che sta leggendo una storia vera, realmente accaduta: quella di Saroo, il cui nome corretto, scoprirà da grande, è Sheru, che in indi significa leone.

 

“A volte mi è difficile non pensare che nella mia vita abbiano agito forze che vanno al di là della mia comprensione. Non sento l’esigenza di trasformare questa idea in fede religiosa, ma sono convinto che, dall’istante in cui da bambino mi sono smarrito e ho perso la mia famiglia a quando sono diventato un uomo che di famiglie ne ha due, tutto sia stato predisposto per accadere proprio nel modo in cui è accaduto. Ed è un pensiero che mi rende profondamente umile.”

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Last modified on Lunedì, 27 Marzo 2017 15:10
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Raffaela Cesaretti

Nata fra le morbide colline marchigiane a metà degli anni ’80 è inevitabilmente stata adolescente durante i tormentati anni ’90.
Come preferiva i film pomeridiani all’andare a giocare fuori, così sceglieva Kurt Cobain invece dei Take That: entrambe le decisioni non erano approvate dai suoi genitori, ma pazienza. Imperterrita, continua a procedere in direzione contraria al buon senso comune scegliendo prima il Liceo Classico e poi Scienze della Comunicazione.
Conclude degnamente il suo seppuku diventando giornalista, evvai.
Gli anni di studi sono però serviti a qualcosa rivelandole una verità sul suo futuro: la vita di città non fa per lei. Si stabilisce così nel suo paese di origine: Arcevia.
E non è un suo problema se nessuno sa dov’è. Vive tra uliveti e vigneti, condivide amorevolmente la casa e il divano con un dipendente dallo sport su schermo. Dopo un anno di convivenza ha forse capito il segreto del “vissero sempre felici e contenti”: tenersi per mano ma, la sera, avere due monitor differenti. Dal suddetto divano si costringe ad alzarsi, a cadenza più o meno regolare, per andare in palestra. Utilizza la scusa di dover guardare tante serie tv e leggere tanti libri, da recensire su RoarMagazine, per uscire il meno possibile.

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