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Musica Personaggi storici - Roar Magazine
Personaggi storici e non

Personaggi storici e non (11)

Gli artisti che hanno fatto la storia della Musica secondo ROAR

diaframma-band

DIAFRAMMA - SIBERIA

Siberia (IRA, 1984), punto di svolta dei Diaframma e della scena musicale rock italiana, costituisce una sorta di manifesto di un certo modo di fare musica, fino ad allora inedito. Per la prima volta, in Italia, dopo la sbornia di cantautori impegnati Anni '70 e la stagione prog, si cerca una sintesi tra trama testuale e musicale, testi e musica trovano uguale spazio ed importanza nei brani della band fiorentina.

THE REPLACEMENTS - LET IT BE

the-replacements-let-it-beNegli Anni '80 la scena musicale indipendente americana è un fiume in piena, gruppi di ragazzi macinano con il proprio furgoncino chilometri di strada per suonare in chiese sconsacrate o locali di quarta categoria . Si suona senza chiedersi perché, lo si fa e basta. I soldi si vedono con il binocolo, MTV e le radio commerciali sono un pugno nell’occhio. Let It Be (1984), terzo album dei Replacements, è un disco figlio del suo tempo. Di quel tempo.

THE SMASHING PUMPKINS - MELLON COLLIE & THE INFINITE SADNESS


smashing-pumpkins-mellon-collie-infinite-sadness-ristampaIl Natale si avvicina, l’odore di ristampa comincia a farsi sentire, gli Smashing Pumpkins non potevano mancare all’appuntamento. Archiviate le reissues di Gish, Siamese Dream e Pisces Iscariot, è ora il turno di Mellon Collie & the Infinite Sadness.

SUNNY DAY REAL ESTATE - DIARY


sunny-day-real-estate-diary-album"Mamma, non sono più grunge. Sono emo. Colpa dei Sunny Day Real Estate". Negli anni ’90, negli Usa, non c’era solo il grunge. C’era vita al di là delle camicie di flanella.

I CANI OSPITI DI VICE ITALIA

vice-meets-caniDopo il botto, l’attesa. Con tanto di puntata di VICE Meets a loro dedicata. I Cani hanno superato la fase “rampa di lancia” per sfondare il portone dell’hype. E così, adesso, tutti al varco aspettando il nuovo album della band romana.

SOAP&SKIN

soap&skinL’austriaca Soap&Skin, all’anagrafe Anja Plaschg, sarà la protagonista di una delle serate di Ferrara Sotto le Stelle di quest’anno (20 luglio). La giovanissima cantautrice ha pubblicato quest’anno il suo secondo album, Narrow, episodio cupo e nerissimo che fa da giusto seguito all’esordio Lovetune For Vacuum, del 2009.

IN THE NURSERY: LA GRANDEZZA SOTTOVALUTATA E L'ALBUM "DECO" DEL 1996

in-the-nursery-deco-albumCi sono a volte band che apportano un’idea così rivoluzionaria all’idea stessa di musica, da essere quasi rifiutati dalla stessa comunità musicale; i concetti espressi appaiono così tanto semplici, quanto grandiosi nella loro elaborazione e realizzazione. È questo quanto è successo agli In the Nursery, formazione inglese (tutt’ora ancora attiva) in grado di creare una combinazione del tutto originale e irripetibile nella musica, un’unione simbiotica tra la moderna (beh negli anni ’80) elettronica e musica sinfonica. Parlare di album, in particolare del loro Deco, di un qualche genere parrebbe quasi riduttivo.

CHI SONO I IN THE NURSERY

Ma facciamo un passo indietro: gli In the Nursery sono formati, alla base, dai gemelli Klive e Nigel Humberstone, influenzati dall’esistenzialismo di Genet e dal simbolismo di Cocteau. Già dai loro primi lavori si denota come la loro capacità compositiva sia ben diversa da tutti gli altri musicisti di stampo gothic, come Joy Division, ma anche i più esoterici e vicini alla loro sensibilità Dead Can Dance e Cocteau Twins; il duo ha la capacità di unire composizioni classiche a canzoni rock, trasformandole in qualcosa di altro, in un carosello più simile a una colonna sonora che a un brano assimilabile ai canoni della contemporanea musica pop.

rory gallagherWilliam Rory Gallagher nasce a Ballyshannon, contea di Donegal, Irlanda, nel 1948 ma si trasferisce presto a Cork, città che rimarrà molto legata alla sua figura. Il suo amore per il rock-blues sboccia sin da piccolo; suona e partecipa ad alcuni contest e riesce, con i soldi vinti da uno di questi, a comprarsi la mitica Stratocaster, chitarra che lo seguirà per il resto della sua carriera.

Si forma ascoltando alla radio i grandi bluesman e rocker d’oltreoceano come Muddy Waters, Eddie Cochran, Buddy Holly, e impara nel contempo a suonare altri strumenti come il mandolino, il banjo, la slide guitar, l’armonica e e anche il sassofono. La sua versatilità gli permette di passare senza problemi dal grezzo skiffle, al potente blues dei primi ’60, fino alle sofisticate melodie del jazz. La sua abilità verrà riassunta da una frase di Hendrix, il quale alla domanda “come ci si sente ad essere il miglior chitarrista vivente?” rispose “non lo so, chiedetelo a Rory Gallagher” (aneddoto sentito declinare per più artisti, ma forse questo è quello originale, se ne esiste uno originale).

Nel ’66 forma i Taste, classico power trio chitarra-basso-batteria col quale inizia a suonare regolarmente per il Marquee (famoso club londinese sul cui palco hanno suonato le maggiori band dagli anni ’60 ad oggi), e ad aprire i concerti per i Cream ed il loro “spin-off”, i Blind Faith. Canto del cigno dei Taste prima di sciogliersi fu l’esibizione all’isola di Wight. Con lo scioglimento dei Taste, Rory inizia la sua carriera da solista e nel decennio dei ’70 incide la maggior parte dei suoi dischi, tra i quali bisogna ricordare capolavori come Deuce, Tattoo, Calling Card e uno dei più belli di sempre, il live Irish Tour.

remUno scarno comunicato pubblicato alle 20.45 (ora italiana) di mercoledì per mettere la parola “fine” all’avventura dei Rem. Un colpo improvviso, inatteso, e non solo per i fan. Già mercoledì sera, e poi giovedì mattina, i social network erano invasi dai link e dai videoclip della band di Athens. Dalla classica “Losing my religion” a tutte le perle di una band che in 28 anni è riuscita a pubblicare 26 album. Ma adesso, è tutto finito. E ci ritroviamo qua a commentare l’ultimo atto di una grande storia rock, coniugando i verbi al passato.

Troppo facile, col senno di poi, dire che la cosa era nell’aria. Ma alzi la mano chi si sarebbe immaginato tutto questo proprio ora. Giusto qualche mese fa avevo parlato con piacevole sopresa di “Collapse into now”, ultimo album in studio pubblicato dalla band a maggio. Canzoni che ci restituivano un Michael Stipe grintoso ed appassionato, seppur non paragonabile con la grandezza del passato. E se di onestà vogliamo parlare, allora bisogna dare atto ai Rem di aver voluto salutare il proprio pubblico nella maniera più schietta, franca ed (appunto) onesta possibile. Come a dire: non siamo più quelli di una volta, la benzina sta finendo, meglio salutarci qui. Un commiato educato e da veri gentiluomini, degno di una band che mai verrà ricordata per atteggiamenti sopra le righe o da star arroganti e presuntuose. Niente litigi prima di salire sul palco (leggi Oasis), niente marketing familiare (White Stripes).

BB KingLucifero è stato sfrattato dal rock. Ha fatto le valigie e chiamato un’impresa specializzata in traslochi. Se il diavolo è “colui che divide”, la musica di oggi resta unita e compatta nel segno della merce. Questa considerazione, per certi versi demagogica ed ovvia fino alla nausea, fa da traino per la domanda principale: in uno scenario musicale dove i talenti veri si bruciano nell’arco di due dischi, ed i fenomeni da baraccone sembrano benedetti dall’elisir di lunga vita, chi potrebbero essere oggi gli eredi di Robert Johnson?

Il mostro sacro ha lasciato le sue tracce un po’ ovunque nella storia del rock. I passaggi, graduali, hanno nomi e cognomi. C’è stato Muddy Waters, che già dal nome sfoggia una certa propensione alla feccia ed alle atmosfere paludose. C’è stato, successivamente, B. B. King, molto rigore formale (cioè molti assoli) ma pochissima anima.
C’è stato, senza ombra di dubbio, Chuck Berry. Più precisamente, Chuck Berry c’è ancora. Alla veneranda età di 84 anni calca ancora i palchi di mezzo mondo. Dicono che non riesca proprio a fare meno di qualche sniffata di cocaina, che abbia uno stomaco fuori dal normale capace di trangugiare quantità terrificanti di cibo italiano. E pare che il vizietto delle belle donne non gli sia ancora passato. Chuck Berry fu l’inventore del rock “moderno”, l’anello di congiunzione tra i neri ed i bianchi. Tra la composita eredità culturale (ancor prima che musicale) dei neri d’America e il ciuffo tirabaci di Bill Haley e le movenze irriverenti ed esplicite di Elvis Presley. Elvis ha avuto il merito di “sbiancare” il rock, ma ad inventarlo fu Chuck Berry. Con buona pace dei bikers e degli pseudo-nazistelli che ogni estate invadono Senigallia ed affollano il Summer Jamboree per la difesa del “bianco” in musica.

Prima di arrivare ai giorni nostri, vale la pena ricordare la figura di Jimi Hendrix. Nero, giovane, capace di scrivere musica consegnata alla storia, baciato dalla Musa, morto ancora giovane ed in circostanze misteriose. Con Hendrix morto, il mito del rock si rinforzò sempre di più.

Oggi che tutto questo pare irrimediabilmente finito, l’eredità di Robert Johnson finisce nelle mani di due signori che, divismo a parte, hanno almeno un grande merito ed una pesante responsabilità. Il merito: esser riusciti a riproporre stili, linguaggi ed atmosfere che rischiavano di finire nel dimenticatoio della musica. La responsabilità: non prendersi gioco del passato e della storia. In modi diversi, e con approcci diametralmente opposti, Jack White e Jon Spencer incarnano oggi l’epica, l’etica ed il pathos del blues.

 

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