Any Other: la sublime intervista per Heart-beat, la rubrica dove la musica è donna Featured

Martedì, 06 Ottobre 2015 23:47

Heart-beat la copertina ufficiale della rubrica di Anna L

Heart-beat: "Nelle donne ogni cosa è un cuore, anche la testa."
Heart-beat. Una rubrica dedicata a tutte le donne che suonano uno strumento musicale seguendo il ritmo dettato dal battito del proprio cuore, scandito da una serie di domande che si propongono di abbassare il volume dello stereo, alzando l’attenzione sulla realtà di un mondo in cui la voce maschile sovrasta rispetto a quella femminile: il mondo della musica.

 


HEART-BEAT: UNA RUBRICA MUSICALE CHE ESPLORA IL CONNUBIO FRA DONNE E MUSICA


 

Any Other: foto ufficiale del gruppo

 

Una rubrica nata dalla necessità di ribadire, impugnando il microfono tra le mani, l’importanza del femminismo nella vita quotidiana così come su un palcoscenico.

Quando arriva il momento di esibirsi sotto gli occhi di tutti, quello sguardo tagliente come un coltello puntato alla gola da cui la voce, dopo essersi scaldata, si scatena in un ruggito possente, un urlo liberatorio attraverso il quale poter finalmente sprigionare la forza delle proprie idee.

 

ANY OTHER: INTERVISTA AD ADELE NIGRO PER HEART-BEAT


 

Ad inaugurare la prima intervista della rubrica è Any Other, il nuovo progetto musicale della giovanissima Adele Nigro, che dopo lo scioglimento del duo folk The Lovecats ha deciso di rimettere insieme i pezzi del proprio repertorio componendo altre canzoni, fino a formare un album, l’esordio Silently. Quietly. Going Away, che con Erica Lonardi alla batteria e Marco Giudici al basso suona un indie rock possente, saldo e con i piedi ben piantati per terra, ma ugualmente capace di calpestarti il cuore. Così come la struggente voce della cantante, un lieve sospiro che nel corso di ogni canzone si contorce in un grido di dolore, lo stesso con cui Adele affronta la propria battaglia quotidiana, raccontandoci che cosa significa essere una musicista donna nello spietato mondo della musica.

 

 

1. Ad un primo ascolto di Silently. Quietly. Going Away, la tua voce ruggisce con una tale potenza da esplodere nelle cuffie, emettendo un fragore che rimbomba canzone dopo canzone, diffondendo in questo modo, come il fumo che si propaga dopo lo scoppio, il messaggio dell’intero disco. Di cosa parla il nuovo album? Cosa esprime di te in quanto donna, musicista e femminista?

L’album parla delle difficoltà che ho dovuto affrontare tra infanzia-adolescenza-inizio dell’età adulta e dello spirito che ho deciso di adottare per superare tali difficoltà. Per quanto riguarda la categoria di “donna” è un po’ complesso: è una definizione che per certi versi mi sta stretta. Sicuramente fare questo disco mi ha aiutata a liberarmi ancora di più dall’imposizione di un certo ruolo di genere. Mi sento molto più libera a riguardo. Potrei dire infatti che questo disco esprime qualcosa di me come femminista non tanto sul piano del rapporto forma-contenuto, ma più per le modalità pratiche di realizzazione, di tutto quello che mi ha portata a scrivere i pezzi, a registrare e a fare tutto quello che sto facendo ora. Volevo mostrare a chi, in passato, mi ha attaccata e denigrata per il solo fatto di essere una *ragazza*, che potevo fare qualcosa di valido e di importante.

 Any Other: foto gruppo ufficiale 2015

 

2. Come quando, a forza di strimpellare la chitarra, partorisci l’idea per una canzone, in che modo ha iniziato a maturare dentro di te, per poi irrompere nella tua vita, la consapevolezza di essere femminista?

Non molti anni fa, ho iniziato ad avvertire l’esistenza di doppi standard nel trattamento di certe “categorie” di persone. Al primo anno di università, ad esempio, un compagno di corso mi disse che facevo la musicista solo grazie al mio “bel faccino”. Ho capito che l’esistenza di quei doppi standard influenzava anche la percezione che le altre persone avevano di quello che facevo; poi mi sono accorta che fino a quel punto la mia educazione (parlo anche di educazione alle “interazioni” con altre persone) era quasi interamente basata su discriminazioni di genere, di classe, di etnia, e così via. Ho capito che dovevo rieducarmi perché non volevo e non voglio essere complice di un sistema di questo tipo.

 

 

3. Ma soprattutto, che cosa significa essere femminista nel 2015, in un’epoca in cui il progresso tecnologico ha ridotto qualsiasi cosa ad un semplice stereotipo, comprese le mille sfaccettature di cui si compone questo aggettivo?


Di definizioni di “femminismo” ce ne sono parecchie, e se c’è una cosa che ho imparato è che non esiste un modo univoco e corretto per essere femminista. Il femminismo che io ritengo più efficace è il cosiddetto intersectional feminism, un femminismo che non solo si preoccupa delle discriminazioni subite dalle persone di genere femminile, ma anche delle differenze che queste persone hanno tra di loro - e quindi dei vari livelli di discriminazione sociale che affrontano tali persone (perciò non solo misoginia, ma anche razzismo, transfobia, omofobia, classismo, e così via). Si tratta di un femminismo attento alle differenze, un femminismo che ci spinge a controllare di quali privilegi sociali godiamo per evitare di perpetuare la violenza nei confronti di certe persone.

 

4. Dalla scrittura delle canzoni fino all’approccio con il pubblico, come pensi che il femminismo influenzi la tua musica?

Per quanto riguarda la scrittura, ho molta più fiducia in me stessa: adesso so di avere le stesse capacità e possibilità di riuscita di qualsiasi ragazzo. Non sono speciale solo perché sono una ragazza (è pieno di ragazze che come me amano fare e ascoltare musica) e non sono da meno perché sono una ragazza, perché questa roba di suonare, scrivere, eccetera di sicuro non è proprietà del genere maschile. Questo si riflette poi sull’approccio che ho con il pubblico e in generale con chiunque io abbia a che fare: non tollero e non accetto più alcun tipo di atteggiamento sessista o discriminatorio, non se ne parla. A costo di essere vista come un’esagerata dall’incazzatura facile, pretendo di essere trattata come vengono trattati i musicisti uomini.

 Cover ufficiale Any Other album 2015

 

5. Chi sono i modelli, musicali e non, che più ti ispirano, infervorando la tua battaglia contro la disuguaglianza di genere?

Sicuramente Sadie Dupuis di Speedy Ortiz, Meredith Graves di Perfect Pussy, Courtney Barnett, Frances Quinlan di Hop Along e le sorelle Crutchfield. Poi da un punto di vista non musicale direi Roxane Gay (professoressa e scrittrice), Laverne Cox (attrice e sostenitrice dei diritti LGBT)… La lista sarebbe molto lunga, ecco.

 

6. C’è invece un disco che descrive al meglio chi sei, definendoti come persona?

Ce ne sono parecchi. Per rimanere in tema scelgo Foil Deer di Speedy Ortiz, uscito quest’anno. Mi sembra che da questo disco emerga la consapevolezza del fatto che nel mondo ci sono una serie di cose che non funzionano (ad esempio, proprio le discriminazioni di genere) - ma decidere di affrontarle con forza e in modo sistematico sia la scelta più giusta che ci possa essere.

 

7. Ti è mai capitato di subire discriminazioni all’interno dell’ambiente musicale per il semplice fatto di essere donna? In tal caso, come hai reagito?

Sì, mi è successo diverse volte e purtroppo so già che mi capiterà ancora. Una volta accettavo abbastanza passivamente quello che mi succedeva, ma ora basta. Adesso pretendo di essere trattata con serietà, se c’è qualcosa che mi fa sentire a disagio non mi faccio problemi a dirlo e a rifiutarlo. Non mi farò mai più trattare in un certo modo.

 

8. Come gestisci l’ansia da palcoscenico, trovando la forza di esibirti di fronte ad un folto pubblico di persone?

Devo ancora trovare una risposta! In realtà sono sempre parecchio agitata, quasi ogni volta. Di solito mi dico “vabbè, va come deve andare” e cerco comunque di dare il meglio. Anche Erica, batterista e mia migliore amica, è sempre molto agitata, e infatti prima dei concerti ci scherziamo sempre su. Ecco, diciamo che riesco a gestire l’ansia perché so che io e lei siamo sulla stessa barca, eheh.

 

9. Più ti ascolto, più mi rendo conto che lo strumento più efficace di cui sei in possesso non è la chitarra, bensì la tua voce. Estrapolando allora una strofa dal tuo personale repertorio di canzoni, quale messaggio vorresti dare, gridandolo a pieni polmoni, alle tue colleghe musiciste?

Anche se nel disco non è gridato a pieni polmoni, lo è di sicuro nella mia mente: You can’t hurt me anymore da To The Kino, Again. Non dobbiamo farci abbattere né ferire da nessuno. Meritiamo di essere felici, meritiamo di raccogliere ciò che seminiamo, meritiamo di essere trattate con dignità, e dobbiamo pretenderlo. Nessuno può e deve farci più male in alcun modo. Siamo importanti tanto quanto lo sono gli uomini, e gli spazi della musica (e non solo) ci appartengono tanto quanto appartengono a loro. Non ci serve un teatrino ad hoc, non dobbiamo essere trattate come qualcosa di “strano” o “anormale”, dobbiamo essere ascoltate secondo le stesse modalità con cui sono ascoltati gli altri. Ripeto: ce lo meritiamo, e nessuno può toglierci questa cosa.


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Any other foto gruppo 2015

 

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Last modified on Domenica, 11 Ottobre 2015 01:22
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Anna K Là

Mi chiamo Anna, ho diciotto anni, vivo e studio a Verona e, quando la scuola non mi tiene occupata, impugno carta e penna e scrivo.


Con le cuffiette nelle orecchie, lascio che la penna scorra sul foglio seguendo il flusso dei miei pensieri ed inseguendo un solo obiettivo: tradurre in parole le inspiegabili emozioni che si provano ascoltando la musica. Non scrivo recensioni, descrivo sensazioni.

Website: scintillanna.tumblr.com

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