"Un Sequel de Lo Chiamavano Jeeg Robot? Ne stiamo parlando". Due chiacchiere con Nicola Guaglianone Featured

Lunedì, 14 Marzo 2016 07:38

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Se c'è un film di cui si è parlato molto, ultimamente, soprattutto grazie a uno splendida opera di promozione attuata dalla Lucky Red (la casa indipendente per eccellenza), è proprio Lo chiamavano Jeeg Robot, primo lungometraggio di Gabriele Mainetti, già attivo sul fronte cortometraggi e diventato oggetto di culto soprattutto per il bellissimo Basette.

Tuttavia, come spesso accade, a fronte di un'ottima regia e di un ottimo cast tecnico, non sempre c'è una scrittura in grado di rendere giustizia al tutto. In questo caso si può dire che invece la scrittura e la caratterizzazione dei personaggi e, soprattutto, della Città (intendiamo Roma), siano decisamente la cosa che va sottolineata almeno come le altre. A tal proposito abbiamo voluto intervistare Nicola Guaglianone, autore del soggetto e uno degli sceneggiatori del film nonché collaboratore abituale di Mainetti, per una chiacchierata molto interessante e, a tratti, piacevolmente nostalgica per chiunque abbia vissuto gli anni 80.



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Nella foto: a sinistra Nicola Guaglianone; a destra Gabriele Mainetti

 

Ciao Nicola innanzitutto grazie della disponibilità, immagino che siate tutti abbastanza impegnati in questo periodo. La prima cosa che vorrei approfondire, alla luce della continuità del rapporto tra il vostro cinema (inteso come tuo e di Mainetti) e un certo immaginario televisivo/cinematografico degli anni 80, è la tua formazione come spettatore. Ti chiederei di raccontarmi qualcosa al riguardo, dal momento che una delle cose che più emergono dal film è proprio la genuina passione per questi riferimenti, per quanto la loro percentuale di rilevanza rispetto ai due corti precedenti sia minore.  

Sicuramente sono un esponente di quella che viene definita generazione Bim Bum Bam (definizione che ammetto che mi fa sorridere), ossia quel manipolo di ragazzini lasciati nelle mani del palinsesto tv pomeridiano come se esso fosse un vero e proprio baby sitter. Ricordo quindi in maniera piuttosto nitida molti cartoni dell'epoca, penso all'Ape Maya e all'Ape Magà, a Lupin, ai vari Goldrake e, ovviamente, Jeeg Robot. Mi ricordo persino di Ryu il ragazzo delle Caverne. Al di là dei cartoni ho assorbito più o meno tutto quell'universo televisivo, figurati che per molte persone della mia età la tv ha anche il dubbio merito di averci iniziato sessualmente con programmi come Colpo Grosso, o Il Frutto Proibito (con Moana Pozzi). Addirittura ricordo che c'era la leggenda urbana dell'esistenza di un canale chiamato Telelupo che dopo la mezzanotte, secondo queste voci incontrollate, avrebbe addirittura trasmesso dei film porno veri e propri ma ovviamente nessuno che io conosca è mai riuscito a trovare né il canale né i film porno (NdR Per i curiosi, Telelupo in effetti sembra essere esistita, ma ebbe una vita di pochissimi mesi e soprattutto un “raggio d'azione” piuttosto limitato, a causa dei televisori dell'epoca, che spesso non riuscivano ad arrivare allla frequenza UHF 70, essendo normalmente tarati per fermarsi alla frequenza 69). 

Ovviamente anche il cinema ha la sua consistente parte, ricordo persino il primo film che vidi al cinema in vita mia, era Flash Gordon, del 1980. Poco dopo arrivò il VHS e con esso la possibilità di vedere un sacco di commedie italiane  di quel periodo. Una formazione più “seria” invece la devo all'arrivo di Telepiù, che mi permise di vedere diversi film di registi americani indipendenti, come Tom DiCillo o Alexandre Rockwell, seguito a breve da fenomeni molto importanti come Kevin Smith. A questo vanno affiancati anche i film di Sergio Leone, che hanno avuto un'importanza fondamentale nel mio percorso. Direi che comunque il fatto di partire da un'idea e da una passione di cinema “di consumo” non è mai stato motivo di vergogna per me, anzi! Un'esperienza molto importante furono dei seminari, gratis, tenuti da Leo Benvenuti. Da quei seminari appresi un'importante lezione, ossia che i personaggi, per quanto negativi, vadano sempre costruiti e descritti senza giudicarli, ponendosi al di sopra di essi. Quella fu l'occasione per riscoprire a approfondire Germi, Petri e Pietrangeli, e la loro classe nel descrivere i vizi degli italiani.



Passiamo invece al tuo percorso più recente. Io, un po' colpevolmente, ti conosco solo per i lavori fatti con Gabriele, ma non so se c'è stato un prima. Hai avuto altre esperienze come sceneggiatore, prima dell'inizio di questo sodalizio artistico?



Sì, ce ne sono state diverse. Ho avuto la fortuna di poter vendere miei lavori fin da subito, già dal ’98. In quel periodo avevo avuto un'esperienza, con il servizio civile, in un centro di integrazione sociale con custodia di minori disagiati e vicino a un centro per malati mentali. Chiaramente quella fu l'occasione per ascoltare un gran numero di storie particolari, e questo mi fu utile per scrivere innanzitutto il mio primo film e poi la mia prima fiction, che fu acquistata dalla Rai. Parlava del mio vissuto da obiettore di coscienza, ma va detto che fu rimaneggiata e stravolta rispetto al progetto iniziale, quindi non la definirei come una cosa mia. L'incontro con Gabriele fu sicuramente provvidenziale, perché avevamo una certa comunanza di idee e di gusti, quindi innanzitutto ci fu un affinità “umana”. Poi accadde che io avevo scritto un corto, chiamato “Il produttore”, di cui mi era stata proposta la regia e che invece alla fine scelsi a mia volta di proporre a lui.  



Da lì immagino che si sia arrivati a “Basette” e “Tiger Boy”.



Sì, più o meno da lì, il nostro rapporto è sempre stato basato sul confronto tra le mie idee e le sue. Nel caso di Basette da tempo volevamo utilizzare il personaggio di Lupin e inserirlo in un contesto romano, anche se non era semplice inserire un samurai e un personaggio come Lupin in un ambito come quello italiano. Lì venne in aiuto la mia idea che il sogno e il mito consentissero ai personaggi dei film di alleggerire delle situazioni molto dure (nel caso di “Basette” la propria morte e nel caso di “Tiger Boy” i soprusi di un adulto su un bambino), e questa cosa ci è stata utilissima anche nel personaggio di Alessia, che come avrai visto è una persona che vive in una situazione di assoluto disagio ma riesce sempre a vivere con il sorriso.

 

 

Sì hai ragione, su Alessia vorrei soffermarmi un attimo, perché forse è il personaggio meglio caratterizzato di tutti quelli presenti all'interno del film, al punto che personalmente mi sono chiesto se la resa sullo schermo fosse così efficace grazie a un'ottima scrittura e direzione o soprattutto per le inaspettate doti recitative di Ilenia Pastorelli (non per una questione di sfiducia, ma di semplice inesperienza, trattandosi del suo assoluto esordio e non venendo da quel mondo). Tra l'altro, come mai la scelta di una non attrice proveniente da una delle varie edizioni del Grande Fratello?



Allora, Alessia, come personaggio, ha preso forma nel momento in cui ho immaginato che le sue battute fossero recitate in romano. Ho pensato che quel tipo di riferimenti e quella parlata insieme donassero alla cosa un'aspetto molto divertente, anche grazie a quel continuo alternarsi di cose divertenti e drammatiche (si veda il riferimento a “le mani nelle mutandine”, ad esempio, che non anticipo agli spettatori). Mentre lavoravo alla sceneggiatura, ero solito tenera accesa la tv per semplice compagnia, e mi arrivava all'orecchio anche Il Grande Fratello e in particolare una delle concorrenti, e io le battute le pensavo recitate da quella voce e con quella parlata. Si trattava appunto di Ilenia. Nel momento in cui vidi che Gabriele aveva difficoltà durante i casting per scegliere l'attrice che impersonasse Alessia, gli dissi che io il personaggio lo avevo scritto pensando a Ilenia. Provinammo anche lei, ma alla fine rimasero in lizza due scelte, un'attrice vera e propria e lei. Inizialmente Gabriele scelse l'altra, ma grazie a molte insistenze da parte mia abbiamo finito per scegliere lei, e sono personalmente molto contento di questa cosa, perché ha fatto veramente una grande prestazione. E a Gabriele va il merito di aver avuto il coraggio di darle la parte.

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In effetti trovo che sia la cosa più sorprendente del film. Il suo personaggio mi sembra che tra tutti sia quello più approfondito, e il rapporto con lei occupa circa 2/3 del film. A proposito di questa distribuzione anomala dell'azione, riservata alla tranche finale, ho avuto come l'impressione che ci sia stato qualche cambiamento rispetto al progetto iniziale, come se il film fosse stato in realtà pensato per durare molto di più (penso ad esempio a Il Cavaliere Oscuro di Nolan, che dura appunto 2 ore e mezzo).

Avete per caso dovuto fare compromessi, magari per questioni di budget?



Sai che questa cosa è venuta fuori più volte e secondo me è invece il frutto di un fraintendimento?
Non siamo mai stati spaventati dal fattore denaro, perché l'obiettivo non era quello di competere con i film americani per quello che riguarda le scene d'azione e gli effetti speciali. Ci interessava trattare la vicenda umana del super umano e delle sue emozioni nel rapporto con Alessia, dovevano essere le emozioni gli effetti speciali. 



Quindi per certi versi, avrebbe quasi avuto senso addirittura omettere lo scontro finale con lo Zingaro, magari deputandolo a un eventuale secondo episodio? Te lo chiedo perché più ci penso e più credo che di questo film l'aspetto importante sia appunto la genesi del super eroe, e non appunto il pieno controllo dei suoi poteri o lo scontro con le forze del male, come spesso avviene nei film di super eroi.

Sì dici bene, è la genesi di un supereroe, o meglio di un uomo con super poteri (la differenza è notevole), ma fin dall'inizio avevamo pensato che questo scontro ci sarebbe stato, ma per un fatto di credibilità (e non di budget) abbiamo voluto riservarlo solo alla terza parte del film, perché ci sembrava la via più credibile per farlo. 



E quanto al sequel invece? È un'ipotesi del tutto improbabile?



Beh sì sarebbe bello, tra l'altro ne parlavo proprio pochi giorni fa con Lucky Red. Secondo me è importante però che in un film di supereroi italiani resti ben chiara l'impostazione italiana del personaggio. In questo film è fondamentale ad esempio il fattore egoistico, Enzo fin dall'inizio usa i poteri per sé stesso e questo è qualcosa di fortemente italiano, secondo me. Inoltre un secondo episodio non deve assolutamente perdere di vista la collocazione geografica. Roma ha un ruolo importantissimo, e per caratterizzarla abbiamo scelto tutti elementi molto credibili, come ad esempio gli attentati della camorra (se ti ricordi a seguito del 41 bis, ci furono degli attentati a San Giovanni e l'idea di mettere una bomba allo stadio era assolutamente plausibile). Trattandosi comunque di un film di supereroi bisogna sempre ricordare che quasi sempre il super eroe è la sua città, così come Batman é Gotham City, Enzo è Roma.

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A proposito di Enzo, che finora abbiamo un po' messo in secondo piano, io trovo che abbia una psicologia molto complessa. Laddove lo Zingaro, nel suo essere sopra le righe, emerge immediatamente in tutta la sua follia e Alessia, invece, risalta attraverso quel misto di candore e disorientamento, Enzo è un personaggio che in realtà va analizzato con più attenzione, poiché gli indizi mi sembra che non manchino. Vorrei soffermarmi con te sulla scena del coito nei camerini, perché a suo modo è delicatissima e rivelatrice.

Quella è la “classica” scena d'amore, ma era difficile da realizzare, perché noi non potevamo far fare una cosa così “normale” a Enzo, trattandosi di un personaggio che non sa rapportarsi alle donne. Il risultato è stato un quasi stupro, in qualche modo un riferimento a C'era una volta in America. Anzi, più che uno stupro è una sorta di masturbazione, quindi qualcosa di fortemente autoreferenziale ed “egoista”, e proprio questo è il motivo per cui lei si arrabbia.
Quella scena è molto funzionale alla successiva scena di perdono sul tram, che abbiamo scritto e riscritto molte volte, che secondo noi era fondamentale per testimoniare un certo cambiamento, che non potrebbe avvenire se non passando per una morte di quello che c'era prima.



In questo senso è significativo il passaggio da egoismo a “sacrificio” compiuto da Enzo. Credo che sia un po' una summa del concetto di eroe.



Sì, questo elemento viene alla luce soprattutto se ci si ferma sul beve monologo di Enzo nell'albergo, quando racconta della sua prima comitiva e delle brutte vicissitudini passate da tutti i suoi amici. Lì capisce che Enzo è un personaggio sostanzialmente di buon cuore, che si ritrova a dirsi: “La vita è quello che è, meglio mettere il cuore in soffitta e fare come se gli altri semplicemente non esistessero”. Quello che ancora manca a Enzo è appunto l'accorgersi degli altri. L'incontro con Alessia è utile proprio per fare questo grande passo, ma forse ancora più importante è quello con la madre della bimba all'inizio del terzo atto. L'abbraccio tra lei e Enzo è appunto il momento che scandisce esattamente la presa di coscienza dell'esistenza, e importanza, della gente, il momento in cui non si parla più di gente ma di persone. 

zingaro jeeg robot

Passiamo a un altro protagonista non fisico della storia. La musica. L'utilizzo di icone pop degli anni 80 è una scelta determinata dalla sceneggiatura o si tratta di idee di Gabriele?



L'idea viene da me, anche se inizialmente io avevo pensato ad altro. Nel mio progetto iniziale lo Zingaro doveva essere ossessionato da un cantante in particolare, e l'idea era ottima e piaceva a entrambi, ma poi ci sono stati dei problemi legati alla cessione dei diritti di questo cantante (in realtà non siamo proprio riusciti a contattarlo) e abbiamo dovuto ripiegare sulla scelta di diversi motivi pop di quegli anni.
Lì la scelta è stata anche determinata dal costo di tali diritti, perché in effetti a volte possono andare via moltissimi soldi solo per quello.

 



Comunque si ritorna sempre a un'idea di mito, di culto. Ho trovato particolare la scelta di prendere proprio qualcosa di vetusto come Jeeg Robot, e non qualcosa di attuale. Immagino che per i ragazzi di adesso sia anche solo difficile pronunciare i nomi, perciò credo che rispetto a Basette e Tiger Boy (che avevano dei riferimenti molto più “universali”) qui la scelta del personaggio “mitico” sia più un pretesto e non abbia un ruolo fondamentale come ce lo avevano Lupin e Tiger Man nei lavori precedenti, me lo confermi?



Certo, te lo confermo. Inizialmente si era persino pensato a Daitarn 3, che ha pure una delle mie sigle preferite in assoluto. Però su Jeeg Robot ti dirò che un ruolo importante lo ha avuto il testo della canzone, quel “corri ragazzo laggiù” mi sa di inno alla vita. Rispetto a Basette o Tiger Boy volevamo però che il nucleo centrale della storia fossero appunto i personaggi, perciò l'immaginario degli anime ha un ruolo assolutamente secondario in questa opera, anche se resta inalterata l'idea “salvifica” del mito.

Lo chiamavano jeeg robot film 2016



Penultima domanda: quanto ci è voluto per trovare i fondi e rendere Lo chiamavano Jeeg Robot una cosa reale? E quanto è stato importante l'apporto della comunità di appassionati di anime e delle varie convention (il vostro nome ad esempio girava già da un po' prima che si sapesse qualcosa di questo film)?



C'è stato un percorso lungo e travagliato. Considera che il film era finito come sceneggiatura nel 2010, Gabriele andò in giro ovunque prendendosi dei secchi rifiuti. L'idea di un supereroe italiano spaventava praticamente chiunque, e tra l'altro quando abbiamo iniziato a proporlo ancora doveva uscire Il Ragazzo Invisibile di Salvatores. Credo che gli appassionati di cinema e anime siano stati davvero utili a livello di supporto “spirituale”, nel senso che ho ricevuto commenti entusiastici e affettuosi da parte di molte persone, ma va detto che non si è trattato soltanto di un pubblico di nicchia.



A proposito di pubblico e di modo di fruire il cinema italiano, mi sembra che il pubblico vi stia premiando a scapito di tutte le difficoltà incontrate, perciò ti chiedo: pensi che con questo film abbia te creato qualcosa di buono per tutto il cinema italiano e credi che resterete un caso isolato?



Spero veramente di no, sarebbe bello che i produttori, registi e autori abbiano lo stesso coraggio di investire su nuove idee, riscoprendo il genere, che non va necessariamente visto in un'accezione negativa. Sarei molto contento se ad esempio uscissero film sugli zombie, o sull'apocalisse. Quindi ripeto, speriamo di non restare davvero un caso isolato.

 

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Last modified on Lunedì, 14 Marzo 2016 08:05
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