Quattro chiacchiere con Sarah Gavron, regista e "Suffragetta" nel 2016 Featured

Martedì, 08 Marzo 2016 08:20

Suffragette-Sarah-Gavron

Sarah Gavron
è la regista di Suffragette, il film che parla didascalicamente della lotta per il diritto di voto in Inghilterra tutta al femminile. È una tipa tosta e ha voluto che il suo lavoro fosse creato interamente, o quasi, da donne.

L'8 marzo, in concomitanza con l'anniversario dei 70 anni del suffragio universale, da Roma, in cui verrà fatta una proiezione in parlamento, a Bologna, passando per Milano e Torino, Suffragette farà un piccolo tour per le scuole per raccontare la storia, per sottolineare come la lotta di quelle signore perduri fino a oggi.

Abbiamo incontrato Sarah Gavron e ci siamo permessi di farle alcune domande.

 

Questo è un film di lotta per la parità e la democrazia. Che valore ha la democrazia e quali temi quotidiani tocca?

Questa è la prima volta che si fa un film sulle suffragette. C'era stata qualcosa negli anni '70, una serie televisiva di discreto successo, ma mai un ritratto di questo tipo. Ed è stato pensato partendo proprio dalla condizione attuale della democrazia e dalla posizione che ricoprono le donne in questo momento storico. Nonostante siano passati ormai quasi cento anni, è ancora difficile trovare più di una manciata di donne all'interno del Parlamento, e questo avviene perché si è un po' dimenticata quella lotta. C'è ancora molto da fare e molto da lottare, se pensi che sulla popolazione analfabeta il 62% è costituito da donne e che, ad esempio, nel cinema è ancora molto raro vederne che ricoprono ruoli d'importanza ad alti livelli. 

Quello per cui queste persone hanno lottato così duramente, non riguarda il solo diritto al voto, ma il diritto al diritto.

 

È stato difficile produrlo?

Non era mai stato fatto prima, per cui sapevamo che avrebbe attratto molto interesse. Ci sono voluti cinque anni solo per la fase di pre-produzione, nei quali abbiamo scritto, pensato, ma soprattutto indagato. Oltre a essere stata una delle lotte più filmate dell'epoca, il che ci ha permesso di ricostruirne i tratti piuttosto fedelmente, qualche anno fa sono stati resi pubblici gli archivi della polizia dell'epoca. È stato molto interessante, perché abbiamo potuto scoprire, ad esempio, i metodi utilizzati per spiare queste donne. Mano a mano che la sceneggiatura prendeva vita, cresceva la consapevolezza che avremmo fatto un film viscerale, per ridare luce a un movimento che oggi tende a essere visto come frivolo, mentre invece si presentava come estremamente violento.

sarah-gavron-regista

Foto: Chris Pizzello/Invision/AP

 

Perché all'interno del film non c'è una figura maschile che appoggia a piene mani la causa? Eppure molti furono i mariti che aderirono e appoggiarono le suffragette...

Sì, questo è vero. E a tutti i livelli, dal marito lavoratore a diversi parlamentari. Il fatto è che, in quanto film al femminile, abbiamo voluto dare, anche nella storia, il peso maggiore alla forza delle donne. Anche se nel film non mancano i personaggi maschili che si schierano apertamente o gradualmente alla causa. Il marito di Helena Bonham Carter nel film e il poliziotto su tutti.

 

Questa è una rivoluzione che parte dal basso. È qui che si racchiude la differenza con le rivoluzioni degli anni '70, dove le protagoniste erano perlopiù studentesse?

Diciamo che fu un movimento inusuale. Partito da Emmeline Pankhurst, figlia di genitori dell'alta borghesia, si è snodato e consolidato a partire dalla working class women. Ed è dalla working class che è riuscita poi a prendere il sopravvento a tutti i livelli di classe. La cosa che più ci ha sorpreso è stato leggere i diari di queste donne lavoratrici, che raccontano la lotta con passione smisurata, perché per loro vincere significava ottenere maggiori diritti. Ma perdere significava perdere il lavoro, la casa, il marito. Tutto.

 

Quanto l'ottenimento del voto ha influito sull'emancipazione completa della donna?

Se vai a vedere dopo quel diritto, vedrai che sono seguite diverse leggi che permisero di avere cose mai concesse prima e che oggi appaiono scontate. Primi tra tutti il diritto di decidere dei propri figli, che spettava al marito, e il diritto di gestione delle proprie finanze.

Purtroppo oggi sono poche le ragazze giovani che vanno a votare. E questo è molto male, perché non capiscono che votando si farebbero molte più leggi ad hoc. Suffragette non è un film in costume, ma un film forte rivolto alle giovani di oggi, per riportare la questione all'attualità. E la cosa straordinaria del cinema, il suo potere, è proprio quello di unire tutti, razze e generi.

cast-suffragette

Com'è avvenuta la composizione del cast?

Abbiamo lavorato per cinque anni alla sceneggiatura avendo in mente Carey [Mulligan], ma non le abbiamo detto nulla. Gliel'abbiamo chiesto una volta finito di scrivere con la paura che non avrebbe accettato. Dopo due giorni, invece, era già in ufficio. 

Ma il timore più grande è stato per Helena Bonham Carter: il suo bis bis nonno era infatti quel primo ministro che si scagliò contro le suffragette. Quando l'abbiamo contattata eravamo terrorizzate, tenevamo molto alla sua presenza, e la sua risposta è stata "Sarah, tesoro, come potrei non farlo?". 
Per quanto riguarda la Pankhurst, volevamo un'icona assoluta. Carey ha suggerito Meryl [Streep] e lei non solo ha accettato anche se solo per una piccola parte, ma ha sempre sostenuto tutto il film.
Paradossalmente è stato più difficile per il cast maschile, perché gli agenti si lamentavano che non avrebbero fatto molto. "Beh", è stata la mia risposta, "almeno adesso sapete cos'è il cinema delle donne da cent'anni a questa parte". (Ride.)

Abbiamo avuto la fortuna di girare nelle sale del Parlamento ed è stato incredibile quando sul set erano presenti sia Helena, sia la bisnipote della Pankhurst. Era come sentire i fantasmi dei loro antenati aleggiarci intorno.

 

Pensi che ora il movimento Femen sia la cosa più vicina alle suffragette? 

Assolutamente si. Forse prima del film non avrei capito fino in fondo i punti di connessione, ma ora mi sembrano limpidi. La lotta, la forza, l'ideale e la violenza delle Femen sono gli stessi di quelle donne. Certamente oggi è qualcosa di globale, ma la loro espressione avviene localmente e la loro lotta ai diritti ci fa capire in maniera lampante che molte cose sono cambiate, ma non è ancora tempo di abbassare la testa. Mai smettere di lottare.  

 

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Andrea Strafile

Mentre il Silenzio degli Innocenti vinceva agli Oscar come miglior film, dall'altra parte della Terra una donna dava alla luce il suo primogenito maschio. Cadeva di un lunedì milanese piovoso il giorno in cui sono arrivato. Tre chili e otto. Era nato un bel guaio.



Non che fossi irrequieto, anzi, tanto noioso da mangiare, stare in posa meditativa e dormire.
Fino ai tre anni. Una volta andai in furgoncino con mio zio e ricordo che mi regalò uno dei libri che stava trasportando: uno di quei Piccoli Brividi, che scelsi penso per la copertina.
E così la posa meditativa venne sostituita con la posa da lettura. Non credo di aver capito una sola parola di ciò che era scritto, ma sedevo in un angolo e mi perdevo in quei segni. Da quel momento non ho più smesso di leggere.
La sorpresa più grande arrivò quando iniziai la scuola: capii che le cose che leggevo, quei segni ordinati, potevo farli anch'io. E così iniziai a scrivere.
Ho provato nel corso degli anni a fare altro e mi riusciva anche bene, a volte. Tipo il canto o suonare uno strumento o guardare film. Piano piano certe cose sono scivolate, ma mentre il liceo Classico mi strangolava coi suoi "è intelligente ma non si applica", le cose che non smettevo mai di fare erano scrivere e guardare film.
Appena finito il calvario liceale volai a Roma: volevo toccare questo cinema, palparlo nelle sue vesti di sempre. E dopo aver appreso il doppiaggio e la recitazione, non è stato molto difficile capire che avrei dovuto far coesistere le cose che amavo di più.
Scrivere di cinema.
Scusate, non amo le autobiografie, si tende sempre al divismo ingiustificato.

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